Oriana Fallaci

di Alessandro Agostinelli

Si muore, è certo. Nonostante l'energia che si sprigiona in vita. O piuttosto perché la morte fa parte della vita, nonostante l'odio per l'ultimo istante che spegne pure il sentimento della malinconia del mondo.
La giornalista aveva unito Epicuro a Dylan Thomas, nell'ultima pagina del suo ultimo libro.
Oriana Fallaci aveva 77 anni, un male cattivo che l'aveva presa e la governava. E un ultimo decennio di vita che aveva scelto di negare al resto del mondo, come i divi, come chi sa ben amministrare il proprio personaggio.
Era una grandissima giornalista. Esprimeva nei suoi comportamenti tutta l'arroganza di una fiorentina che pensa, per supponenza culturale, di essere sul tetto del mondo, ma che, dietro le pieghe del piglio indomabile, nasconde un po' di provincialismo.
In quale altro modo si potrebbe spiegare, l'ultimo suo pezzo di vita, quel certo atteggiamento di divismo giornalistico, fatto di sentenze e intolleranza verso l'altro, come a voler espellere da sé ogni incongruenza, ogni alterità rispetto a una "fisionomia primigenia di quartiere", da difendere a tutti i costi.
Come altro si può spiegare quella stupida notizia che qualcuno ha voluto diffondere, giunta tramite il servizio cellulare TimSpot che recita così:
"Ostriche e champagne per ultima cena di Oriana Fallaci a New York prima di partire per Firenze".
Certamente la Fallaci ha posto, dopo l'11 settembre, alcune domande necessarie all'Occidente, ma l'ha fatto più da profeta che da scrittrice. E quando gli scrittori si vogliono fare profeti o ideologi diventano pericolosi per loro stessi, per la loro scrittura, per il loro modo di porgere le storie ai lettori. Dove c'è troppa luce, troppa presunzione di verità il buio che aleggia intorno, il non detto del conflitto e degli antagonisti possibili diventa troppo forte, troppo oscuro.
Scrive la Fallaci: "Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani".
Si tratta di un'affermazione condivisibile se guardiamo alla superficie delle cose, all'imperativo della crescita, alle sorti progressive dell'umanità. Purtroppo il mondo non è infinito, né occidentalizzabile (come hanno pensato e continuano in parte a fare gli Stati Uniti): l'epoca del petrolio e del silicio non è detto non soccomba a nuove forme di arretratezza. Certo il pianeta non può proseguire a reggere uno sviluppo incontrastato; certo il sud del mondo non può restare ancora a lungo luogo di sfruttamento di un nuovo neocolonialismo globale.
Difendere la propria visione democratica della vita sulla Terra, difendere i valori dell'Occidente e dell'individualismo democratico (anche in sostituzione del "socialismo temperato"), significa, oggi più che mai, abbandonare i toni della Crociata, tenere fermi i propri valori, senza però esportare guerre, invasioni, morte. Anche per questo intuisco solo provincialismo in coloro che hanno voluto costruire una notizia in quell'ultima cena a base di ostriche e champagne. Un'ultima cena che viene data come suggello della vita di una diva più che di un'interprete del mondo, come la Fallaci era stata per lungo tempo.