Un pacifista a Gaza
Se senti squillare il telefono non sai se continuare a sperare oppure cominciare a correre. Potrebbe essere qualche amico disperso che ti cerca, o il segnale che l’edificio in cui ti trovi sta per essere bombardato. A Gaza, in queste ore, viviamo così.
Sto scrivendo una lettera aperta al governo israeliano, come volontario di International solidarity movement, un’organizzazione non governativa di cui fa parte anche la cognata di Tony Blair. Scrivo per dire che noi da qui non ci muoviamo. C’è bisogno di qualcuno che racconti come veramente stanno le cose. Io le vedo con i miei occhi: aerei, navi e droni bombardano moschee, università, ospedali e ambulanze. Altro che interventi chirurgici contro i leader di Hamas…
Noi diamo una mano come possiamo: qualche piccolo intervento di pronto soccorso per sopperire alla mancanza di infermieri, due braccia in più per rimuovere le macerie. Mercoledì, a Jabalia, abbiamo scavato per tutto il giorno.
Qui si respira il terrore dell’imminente invasione terrestre, i negozi sono chiusi e davanti ai pochi fornai aperti ci sono code lunghissime. Il prezzo della farina è alle stelle e non ci sono più poliziotti a garantire l’ordine pubblico: molti di loro sono morti nei giorni scorsi, colpiti come soldati, quando era evidente che si trattava di semplici vigili urbani.
[tratto da La Stampa]
[4 gennaio 2009]


