Paola Turroni, Il mondo è vedovo

Progetto poliedrico quello di Carta Bianca: poesia, videopoesia, videoarte, edizioni e spazio culturale: è nato da un idea di Paolo Massari, Alberto Bertoni e Pier Damiano Ori. La prima opera edita è della poeta e performer Paola Turroni: “Il mondo è vedovo” viene alla luce in un agile formato che ricorda (per dimensioni) la bianca Einaudi (anche se il font tipografico è leggermente più piccolo). Efficace la copertina, linda per grafica ed equilibrio.
“Il mondo è vedovo” è una raccolta meditata, che ha preso del tempo per venire alla luce. La precedente pubblicazione della Turroni (escluse quelle in antologia) è del 2003, quando apparve per i tipi di Raffaelli il bel volume “Il vincolo del volo” laddove «ogni azione diviene difficoltosa, come d'altronde difficoltosa si rivela essere purtroppo tangibilmente la nostra esistenza». Così annotava Matteo Fantuzzi in una breve e densa recensione e quel peso e gravità trovano in questo nuovo lavoro una nuova angolatura, un angolo più acuto, tagliente, ferocemente vivo e costante nel tempo: le cronache, infatti, non ci hanno ancora abituati agli orrori della guerra o forse è il contrario, ci hanno abituati troppo e non riusciamo più a vedere, capire. Ne siamo immuni e tutto è terribilmente invisibile, come una presenza monca, come un lutto, dove la possente perdita non appare agli occhi distratti. Quella parte mancante è la mancanza di identità o peggio, l’identità strappata, cancellata, specialmente da un evento infame, specialmente quando il distruttore, colui che ci annienta continua il proprio passeggio nel mondo, incurante del disastro e pronto invece a ripeterlo. Paola Turroni ne scrive: in poesia apre il grande teatro della catastrofe, dona voce ai rimasti, alle ipotetiche madri rimaste sole, ai figli orfani di padre, agli eventi che cronaca dopo epoca, guerra dopo genocidio ripetono la cancellazione (la guerra è infatti protagonista primaria). Cosa resta dopo aver fatto tabula rasa? Resta il silenzio, resta la forza del nulla, del vuoto, della vedovanza; resta un mondo popolato di negletti, di affamati, di questuanti la vita. Restano i luoghi -ripetuti infinitamente- degli angoli del mondo laddove la terra viene spianata radendo il suolo a zero: quello delle cose, quello dei respiri, delle donne che partoriranno altra carne che sarà macellata, quello dei figli che inspiegabilmente, un giorno, assomiglieranno ai padri e saranno altra carne trafitta, polvere, ossa indossate dalla terra. La Turroni è nei luoghi, ma sono luoghi senza nome perché tutti uguali e tutti accomunati nella medesima sciagura, abitati da vuoti costellati da presenze, dalla medesima perseveranza alla vita, nonostante.
Si alternano così le molte parti di questo lavoro dall’ossatura sbiancata e forte: tra “cori” e le possibili direzioni, tutte in salita (le sezioni sono appunto chiamate “valichi” e “cori”). I valichi non sono solo geografia impervia quanto anche mappatura della difficoltà umana, emblema di resistenza.
Scrive Alberto Bertoni nella nota a chiusura di volume: «Avventura figurale da percorrere per intero, senza stacchi nella lettura; piano sequenza che si impegna a ricondurre al filo unitario di una scrittura drammaticamente declinata al presente, pulsioni e azioni di ascendenza primordiale eppure consustanziali alla nostra esperienza dell’oggi, questo libro vero e vivo raggiunge senza bisogno di illuminazioni orfiche la visionarietà di una migrazione ininterrotta». Una migrazione ininterrotta che Paola Turroni porta all’epilogo in chiusura di raccolta, con la sezione “funerale”. Non propriamente un epilogo, comunque (non come la scritta “fine” al termine della proiezione): una cerimonia piuttosto, una presa di coscienza, una affermazione di tangibilità; c’è tutto questo, come anche una visione dall’alto, una visione aerea dell’incredibile quantità di morte e vedovanza generata (e inutile), un canto degli scomparsi per voce di chi –rimasto- non se ne spiega. Un monito, che resterà inascoltato, forse: le parti –chi combatte e chi difende e quale è la parte giusta, quando?- che si invertono. Ognuna è una parte in lutto, ognuna canta i propri dissolti , ognuna che è nel giusto. Ognuna che conta i vuoti e li riconterà domani, altrove, laddove tutto ricomincerà. Per voce di chi rimane, nonostante.
Voglio disimparare da capo
e poi guardare gli occhi - da qualche parte
avranno ancora gli occhi, quell'attimo
attenti alla lavagna.
Forse hanno pensato al kulic mangiato la mattina
o al trenino lasciato sono il letto - forse hanno pensato
alla favola della regina di ghiaccio, di certo hanno chiamato
madre - prima di finire in un sacchetto nero di plastica steso
in fila agli altri - tutti neri e ordinati, irriconosciuti.
Il padre di chi ha ucciso gli ha detto la storia della rabbia
tutti hanno ragione e tutti sono morti.
Ci sono storie lunghe intorno al fuoco
e il fratello che sparisce - questa leva che trivella il fianco della guerra
che non sfama, che irrisolve.
Io ti uccido - ho sentito - o mi uccido, uccido a caso
e poi vediamo che succede - quale stirpe resterà
nel cordoglio nazionale.
Noi annichiliti - e zitti nella gola.
Come lo guardi tu
uno che urla?
Fabiano Alborghetti

