Parole in libertà
Devo iniziare. Non ne posso più di questo sfacelo della lingua italiana, del buio che si sta lentamente impossessando della mente di ciascuno di noi. Se scrivere è riflettere, parlare è pensare. Ecco, adesso la mia battaglia contro le parole maltrattate deve cominciare, perché non c’è rimedio alla sbruffonaggine della tendenza, alla convinzione di utilizzare termini alla moda sbagliando palesemente. Ci sono alcune parole impiegate a vanvera, altre in modo erroneo. Roba da non crederci...
In pratica succede quello che è successo alla panna cotta negli anni ‘80, alla rucola negli anni 90 e alla tagliata di tonno oggi. Non se ne può più e non se ne può più neanche fare a meno. Come il "piuttosto che", fenomeno dilagante fuori controllo e fuori dal contenimento dei pochi sparuti volenterosi difensori del suo utilizzo. Quando si prova a spiegarne l’uso corretto la gente allarga la mandibola e sgrana gli occhi, come inebetita. Una cosa scoraggiante…
Tornando a noi, ecco alcune espressioni-rucola che davvero mi paiono insopportabili: i fatti oggigiorno “impattano” invece di incidere o influenzare; le situazioni si “declinano”; le persone non discutono, ma si “interfacciano” – e io sento rumore di schiaffi; i fenomeni sociali, invece, vengono “sdoganati” vieppiù (che orrore!), e via andare. Anzi, e “quant'altro”…
Adesso si sta insinuando il "mi auspico". Roba da chiodi! L'ho sentito – incredula – proferire dal fior fiore dell'intellighenzia italiana. E con questo ho detto tutto... Di fronte a ciò, come minimo, va redento chi “scende il cane per pisciarlo”.
Ma l’ultima, pregevole chicca riguarda l’orario, e mi pare un vero affronto all’intelligenza umana: le 24.30. La prima volta ho pensato a un errore di stampa, non era possibile una fregnaccia così madornale. E invece…
Non stiamo disquisendo su quando sia iniziato il terzo millennio, se il 1° gennaio 2000 o il 1° gennaio 2001. Sulle 24.30 non c'è niente da dibattere, se non la testa contro il muro di quei caproni che scrivono tali cose. D'ora in avanti anch’io voglio reinterpretare l'orologio a modo mio. Sono le 12.95 e vado a pranzo.
[4 dicembre 2008]

