parole, parole, parole (2)

"L'iimigrazione di massa ha trasformato gli Stati Uniti in una terra [dalla] molteplicità di antenati e pluralità di lingue, di religioni, di maniere e di costumi. Da allora gli unici legami stabili e comuni degli americani sono diventati i principi politici e le massime della tolleranza. A fissare i limiti e a porre le basi del pluralismo americano sono democrazia e libertà [...] Eppure l'articolazione generalizzata e intensa della differenza negli Stati Uniti è un fenomeno recente [...] Come società di immigrati, gli Stati Uniti hanno accolto i nuovi venuti o almeno hanno consentito loro di entrare; hanno tollerato le loro credenze e le loro pratiche opponendo resistenze molto inferiori a quelle normalmente attivate altrove. Nondimeno, tutte le nostre minoranze hanno imparato a stare in silenzio; fino a tempi molto recenti, infatti, il silenzio è stato lo stigma della politica delle minoranze".
Michael Walzer, Sulla tolleranza

"Poi il futuro cominciò a penetrare nel presente. Arrivò alle porte degli europei, nei loro mercati, nella stampa, nelle scuole. Arrivò sotto forma di investimenti, nuovi prodotti alimentari e industriali, nuovi macchinari e gadget. Il futuro si introdusse in Europa sotto forma di missionari, evangelisti, rappresentanti commerciali, pubblicità e film. Prese le forme di nuove spose nelle famiglie più antiche, nuovi volti nell'alta società. Apparve anche in strati sociali meno elevati, in strani atteggiamenti e idee, nuovi modi di pensare, nuovi stili di vita e valori diversi. Gli europei cominciarono a sentire queste innovazioni dalla bocca dei loro stessi figli con crescente apprensione e sgomento. Il futuro non era più un barometro d'oltreoceano o un'immagine tremolante su uno schermo lontano. Il futuro era un'intrusiva, ineludibile, presenza vivente. E fu chiamato americanizzazione".
Comer Vann Woodward, America immaginata

"Così cominciò, nella vita politica americana, il nuovo giorno; il giorno dell'individuo contro il sistema, il giorno in cui l'individualismo divenne la grande parola-chiave della vita americana. La splendida situazione economica rese quel giorno lungo e magnifico. Sulla frontiera occidentale, la terra era sostanzialmente libera ".
Franklin D. Roosevelt, Il discorso del New Deal

"Noi paghiamo le tasse al governo, e che cosa abbiamo in cambio? Nemmeno la protezione dell'esercito. A che cosa serve il governo, insomma! Invece di proteggere gli uomini d'affari, caccia il naso negli affari loro. Ora poi hanno intenzione di creare dei revisori di banche, come se noi banchieri non conoscessimoil nostro mestiere. [...] Io ho un motto che dovrebbe essere riportato su tutti i giornali: l'America agli americani!
Il governo non deve immischiarsi negli affari, ma ridurre le tasse. [...] Sapete di che cosa ha bisogno il Paese? Di un presidente che sia un uomo di affari...".
Gatewood, il banchiere, in Ombre Rosse di John Ford

"Eccoci dunque di nuovo di fronte a una data chiave (11 settembre 2001), invitati a chiederci se l'avvenimento ha un senso, e nel caso affermativo, quale. Rivoluzione? Contingenza aneddotica? Mutazione riproduttrice? Mutazione rivelatrice? Prima constatazione, prima di ogni tentativo di risposta: è passato del tempo, molto velocemente. Non siamo più gli stessi di prima dell'11 settembre, anche se ci può capitare di auspicare il contrario. Il cambiamento è in noi.
Il tempo passa, ma non passa come l'aereo in cielo o il treno nella campagna. Passa lentamente, inavvertitamente, e noi non sempre siamo in grado di seguirne con gli occhi la traiettoria. Viviamo nel tempo come il pesce nell'acqua e quando tra il tempo che passa e il tempo passato non si frappone alcun ostacolo, alcun punto di riferimento, possiamo provare l'illusoria sensazione di una continuità senza pause né rotture, quasi immobile, fino al momento in cui un avvenimento imprevisto (una malattia, un decesso, un viaggio, un fallimento o un successo) ci impone, con l'evidenza di un presente inedito, quella di un passato senza ritorno. Dopo l'attentato di New York, questa evidenza è frutto di una presa di coscienza collettiva improvvisa".
Marc Augé, Diario di guerra