PDL crisi strutturale

di Marco Giaconi

“This is the way the world ends/with a bang not with a whimper”. “Così finisce il mondo: con uno scoppio, non con un vagito”. L’ultima stanza di The Hollow men (Gli uomini vuoti) di T.S. Eliot è una epitome della lenta decomposizione del Popolo della Libertà e, con esso, del sistema politico italiano. Intanto, è bene chiedersi perché questo avvenga. Il PDL è un partito padronale, che è cosa diversa da quello carismatico. Il leader di una organizzazione carismatica viene riconosciuto tale, afferma Max Weber, sulla base delle sue caratteristiche eccezionali che lo elevano al di sopra della massa dei suoi sostenitori (e anche dei suoi nemici). In funzione di questo meccanismo, il leader carismatico diviene, per usare la formula di Sigmund Freud, “l’ideale dell’io” per i suoi seguaci.
Nel caso del Cavaliere di Arcore, il meccanismo è opposto: Silvio Berlusconi emette sempre il segnale che “io sono come voi”, o che “io sono voi”, come il Big Brother di George Orwell. Questo fa scattare sia l’identificazione negativa (le escort, gli affari borderline) sia, soprattutto, il rifiuto immediato per colui che sia “alla mano”, uguale a tutti i suoi elettori, ipersemplificatore, quindi passibile di divenire, da modello ideale, capro espiatorio.
Ma la questione della crisi del PDL è, soprattutto, politica. Il Popolo della Libertà copre con una comunicazione semplice, tipica dei prodotti per le casalinghe o per il largo consumo, affidata a Silvio Berlusconi, non solo una carenza di programmi più approfonditi di uno slogan, ma la compresenza nella stessa area politica di progetti diversi e spesso opposti. Dopo la enfatizzazione affettiva del brand, del marchio PDL, che viene eseguita dal testimonial Silvio Berlusconi, come Nino Manfredi per una nota marca di caffè, hanno inizio le singole linee dei vari candidati. Che sono mirate a tutelare gli interessi immediati dei finanziatori delle loro campagne elettorali e le richieste della maggioranza del proprio elettorato potenziale, definito da focus groups come accade sempre per un nuovo prodotto in attesa di essere lanciato sul mercato. In termini di storia del diritto pubblico, si potrebbe parlare del ritorno del mandato imperativo, quel particolare tipo di rapporto tra elettori ed eletti che obbliga questi ultimi a conformarsi alla volontà dei votanti, pena la revoca. Un criterio che era presente, qualche decennio fa, solo nelle costituzioni del “socialismo reale”. Questo spiega sia la forte adattabilità del parlamento italiano alle necessità dei poteri “forti” e strutturati, sia la assoluta impermeabilità degli eletti alle richieste di quei gruppi che siano esterni al contratto di mandato (il mandato imperativo è paragonabile a un rapporto di rappresentanza privatistico) o incapaci di sostenere le campagne elettorali.
Nel complesso universo del PDL si va dall’area vicina alla Lega Nord, nella quale si è rifugiato Giulio Tremonti per non essere colpito dal “fuoco amico” dei suoi concorrenti nel PDL in Lombardia e Veneto, al gruppo dei vecchi “Treviglio boys”, i giovani tecnocrati che il professore torinese socialista si portò a Roma per guidare la programmazione economica e le aziende di Stato. Poi ci sono le strutture di Comunione e Liberazione, che combattono nel Popolo della Libertà la loro lotta contro gli altri raggruppamenti ecclesiali, dall’Opus Dei ai Salesiani; i gruppi di interesse della banca d’Italia e dell’ABI; gli eletti delle Confindustrie regionali; qualcuno delle organizzazioni criminali del Meridione; altri legati a combines affaristiche più piccole delle circoscrizioni elettorali in cui vengono eletti. Questo vale, sia ben chiaro, per tutti i partiti, e non è un privilegio del PDL.
A tutti Silvio Berlusconi ha garantito non il finanziamento delle campagne elettorali, che è il vero problema di tutti i candidati, ma il suo marchio e un accesso alle reti di tutti i suoi media. Il Cavaliere di Arcore, quindi, ha operato con il PDL oggi e con Forza Italia prima come una azienda che vende, in franchising, un marchio politico di grande fama, conosciuto da tutti e quindi utilizzato come prima scelta dai clienti, o elettori che siano.
Quindi, il meccanismo che porta alla crisi del PDL è insito nella sua stessa struttura. Non si tratta, per il Popolo della Libertà, di far giocare il vasto margine di maggioranza nei due rami del Parlamento, ma di utilizzare quest’ultimo come sistema di accesso per raggiungere i poteri forti già presenti nella società civile: le banche, i sindacati, le grandi aziende, le associazioni imprenditoriali, singoli imprenditori, anche la stessa criminalità organizzata. Il parlamentare diviene colui che, come una antica famiglia della provincia lucchese, comprò il titolo nobiliare facendo pagare una gabella a chiunque passasse per la strada di fronte al suo casale.
Il Partito Democratico, sia ben chiaro, sta andando nella stessa direzione. Quindi, cosa succederà se il Popolo della Libertà arriverà all’implosione? Proviamo a immaginare tre scenari.
1.
Nel primo, le correnti del PDL rompono il loro patto di azione, magari a causa delle crisi personali o giudiziarie del Premier, e se ne vanno ognuna per proprio conto.
Il Popolo del Nord se ne andrà con la Lega, che sta a Forza Italia come Fermo e Lucia sta ai Promessi Sposi. Il Meridione proseguirà, anche dopo la definizione del “federalismo fiscale”, la tendenza alla costruzione dei suoi partiti regionali, come è accaduto per Raffaele Lombardo e il suo Movimento per l’Autonomia. Nella misura in cui le organizzazioni criminali si diffondono al Nord e al Centro, Cosa Nostra ha sempre meno interessi diretti in Sicilia o in altre aree del nostro Sud, e quindi diviene possibile quell’autonomia politica dei partiti locali per la quale morirono alcuni deputati democristiani siciliani, tra i quali Salvo Lima.
Diverso è il caso della ndrangheta calabrese, infatti la crisi politica di quella regione non accenna a terminare, e questo riguarda sia il PD che il PDL.
La camorra invece utilizza una politica di stop and go con la classe politica locale, ma è interessata, pur nel suo radicamento territoriale, a gestire gli affari illeciti, il che implica una relazione con i politici solo e comunque per gli appalti pubblici o per ottenere lo spostamento di qualche membro delle Forze dell’Ordine. Cosa Nostra siciliana è divenuta una multinazionale, con forti pezzi di finanza “bianca”; la ‘Ndrangheta calabrese opera in America latina, Africa e Oriente per le linee della droga e per le materie prime lecite, ma è ancora concentrata in Calabria; le cosche dell’entroterra napoletano vivono di droga, contrabbando, riciclaggio. Le linee future del riciclaggio del denaro sporco disegneranno buona parte delle localizzazioni politiche future.
Quindi, il primo scenario è quello dell’implosione, con la vecchia Alleanza Nazionale che si riprende i suoi più qualche altro acquisto, e lascia al Cavaliere i vecchi satrapi attualmente al governo di origine aennina.
2.
Il secondo scenario è quello di una aggregazione che, stimolata da alcuni gruppi imprenditoriali e bancari, sostituisce in blocco il PDL e designa un nuovo leader: il progetto a cui stanno lavorando Luca Cordero di Montezemolo e Francesco Rutelli. In questo caso, l’attuale PDL si potrebbe spaccare in due tronconi: quelli che ci stanno, il cui fronte potrebbe andare da Tremonti a Fini, e quelli che vorrebbero inglobare i nuovi venuti e ricostruire un partito a forma democristiana, aggiungendo Cordero o Rutelli alla panoplia delle correnti già cristallizzatesi, cioè la linea di Gianni Letta, con i cattolici del Popolo della Libertà.
3.
Il terzo scenario potrebbe essere quello di una nuova “operazione Segni”. Una serie di gruppi, stanchi di dover mediare sia con il PD che con il Popolo della Libertà, potrebbero, magari aiutati da qualche potenza estera, come anche fu il caso dei “referendari” di Mario Segni, iniziare una serie di operazioni ad alto impatto psicologico e mediatico, che farebbero ben presto implodere le strutture di una classe politica, a destra come a sinistra, del tutto inadeguata e spesso squalificata. Ma queste operazioni non verranno dal “popolo viola” o dall’IDV di Antonio di Pietro, che seguiranno a ruota politiche decise da altri, mantenendo e fidelizzando il loro elettorato di riferimento.
 
In ogni caso, assistiamo alla Finis Italiae: tutti gli scenari politici interni corrispondono alla scelta di rendere sempre più periferica e ininfluente l’Italia, sia sul piano geopolitico che su quello strategico e economico. Finito il Risorgimento, finita anche la modernizzazione ed europeizzazione del Nostro Paese. Avremo, al Nord, delle Mezze Baviere (che conteranno niente rispetto a Monaco di Baviera) o delle Carnie sul confine veneto, sottoposte alla direzione del sistema tedesco-austriaco, e delle Algerie o, nella migliore delle ipotesi, delle Tunisie al sud. La capacità di decidere la propria Global Strategy sarà, per l’Italia, ridotta ai minimi termini.
 
[13 marzo 2010]