PeaceReporter, GUERRA ALLA TERRA

Verdenero Inchieste, 2009
saggistica
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Sono giornalisti di PeaceReporter che affrontano temi cruciali relativi alle risorse della terra ed alle guerre in atto per appropriarsene: l’acqua, il litio, il petrolio. Sono Christian Elia, Alessandro Grandi, Matteo Fagotto e Cecilia Strada. “Che si faccia per i diamanti, l’oppio, l’uranio o in nome di dio, il denominatore comune delle guerre è la distruzione della terra e dei suoi animali- scrive Gino Strada nella prefazione-. E la prima vittima è proprio l’animale che la guerra l’ha inventata e la fa: l’uomo”.
Nella introduzione Maso Notarianni, direttore di Peacereporter, ricorda come, in mezzo alle crisi economiche e finanziarie, ci sia un unico mercato che non va mai in crisi, ed è quello delle armi, che hanno una “influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità…e non è una grande novità che alle crisi si risponda con la guerra”. E ritorna sul quanto mai discusso concetto dei punti di vista a proposito di terrorismo e guerra: “Se per un inglese la parola terrorista si associa ai kamikaze che si sono fatti esplodere nella metro e sugli autobus, per un afghano o un irakeno che si è visto bombardare il suo villaggio, o disseminare di cluster bomb i dintorni della scuola dei propri figli, la stessa parola si associa ai militari occidentali che occupano quel paese”.
Ciò che si dovrebbe abolire, in una società evoluta, è proprio il business della guerra, in considerazione che, da una indagine sulla storia dell’uomo in più di tremila anni, prima e dopo Cristo, ad ogni anno di pace corrispondono tredici anni di guerra. Ogni giorno, a causa della guerra, secondo i dati UNICEF ci sono 450 bambini che muoiono.
Il problema delle risorse idriche, affrontato da Christian Elia,  “non è forse l’unica posta in palio ma è la più importante”, nel conflitto israeliano palestinese. Considerando che oggi ottanta paesi, corrispondenti al 40% della popolazione mondiale, sono al di sotto della soglia idrica di 1000m³ annui fissata da organismi internazionali come necessaria per ogni individuo, Israele, i territori occupati e al Giordania vivono al di sotto di 500 m³. Già nel 2956 David Ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, affermò: “Stiamo portando avanti una guerra per l’acqua con gli arabi. Il futuro dello stato ebraico dipende dal risultato di questa battaglia. Dobbiamo ricordarci che, per riuscire a radicare lo stato ebraico, occorrerà che le acque del Giordano e del Litani siano comprese all’interno delle nostre frontiere”. A livello ambientale la conseguenza di tutto ciò è che ora il Giordano è solo “un rigagnolo maleodorante” e il mar Morto è calato da 392 a 409 metri sotto il livello del mare.
L’aspetto più assurdo della situazione è che oggi “l’occupato paga l’acqua, che gli spetterebbe di diritto, all’occupante”. Ed è frequente che una madre raccolga l’acqua ad un pozzo e la filtri per bloccare ì vermi che la abitano, pozzo asfittico, “perché da lì l’acqua viene succhiata via dalle pompe del vicino insediamento israeliano” e nei territori palestinesi l’acqua disponibile è quattro volte meno quella disponibile in Israele.
Ma non solo l’acqua è e sarà la ragione delle guerre, con le loro conseguenze ambientali, ci sono altre corse ad accaparramenti, che non fanno ben sperare. Alessandro Grandi tratta del litio della Bolivia, paese che ospiterebbe il 50% delle riserve mondiali di questo metallo “oggi presente nelle batterie dei telefonini e candidato a sostituire la benzina nelle auto attraverso l’impiego di speciali batterie nelle nuove auto ibride ed elettriche”. Resta da sperare “che il governo faccia in modo che i quattrini che se ne ricaveranno vadano a beneficio dei boliviani”, e che non faccia entrare le multinazionali:
Ma se si pensa in termini di salute della terra, “con le auto elettriche diminuirà l’emissione di CO2 in atmosfera ma gli impianti di produzione emetteranno enormi quantità di anidride solforosa. Senza considerare che per l’intera produzione si dovrà bruciare un’enorme quantità di combustibili fossili”.
Una guerra dimenticata è quella sul delta del Niger, che è oggetto dell’indagine di Matto Fagotto. Un petrolio che fa gola, quello nigeriano, perché “possiede un basso grado di gravità che gli permette di galleggiare sull’acqua e, cosa ancor più importante, è “dolce”, perché contiene un basso tasso di biossido di carbonio e altre impurità” . Uno dei maggiori fornitori di petrolio agli USA., la Nigeria, un paese che da cinquanta anni produce petrolio, ha il 75% della popolazione che vive nella miseria e l’inquinamento ambientale è spaventoso. Il delta manca di infrastrutture, con un tasso di criminalità e povertà altissime, zona di scontri tra bande armate, gruppi ribelli, milizie private e forze dell’ordine”. Dal ’60 al ’99 le giunte militari nigeriane si sono arricchite con l’oro nero, senza obbligo di dover rendere conto ad un elettorato, ma le cose non sono migliorate  con i governi democratici. Le compagnie petrolifere hanno contribuito a trasformare villaggi di pescatori in città fantasma, come Oloibiri che  “è diventata una baraccopoli senza acqua corrente, elettricità, strade e scuole. I canali che circondano Oloibiri sono stati deviati e inquinati in maniera massiccia. Gli oleodotti non sono interrati e ci sono degli “sversamenti “massicci, che inquinano acque e terra, portando alla fame la gente del delta”, a cui non va nessun provento del petrolio, né si tiene conto della proprietà delle terre stesse, in un contesto “ dove i militanti sono collusi con gang mafiose e politici corrotti, e in cui il contrabbando di petrolio è una delle poche valvole di sfogo per una popolazione ridotta alla miseria”
Un viaggio di Cecilia Strada in Afghanistan l’ha posta di fronte alle ripercussioni della guerra sull’ambiente. Kabul è una città trasformata, dal traffico impazzito, dove le fabbriche hanno sostituito i campi coltivati intorno alla città e una nebbia di smog la ricopre. Territorio disseminato di mine antiuomo su cui saltano i ragazzini, con donne, bambini, anziani, che rovistano tra le rovine dei bombardamenti in cerca di qualcosa da riutilizzare o rivendere. Paese dove  il burka trasforma le donne in “un oceano di donne in blu”. La guerra ha distrutto villaggi, la gente ha perso la casa, il bestiame, ed ora cerca  lavori a giornata in città Sono arrivati centri commerciali, supermercati e stranieri, ma tutto è importato e i prezzi non sono accessibili alla maggior  parte della gente. Molti possono solo frugare tra le montagne di spazzatura che circondano quel che resta della città.
Il nord, la valle del Panshir, è un cimitero di carcasse di mezzi militari e blindati che sono lì dai tempi dell’occupazione russa, -ogni trecento metri un rottame- con i bambini che ci giocano dentro.
Si estraggono smeraldi, ma è difficile distinguere un’eplosione in miniera dall’esplosione di una mina antiuomo.

Marisa Cecchetti