Pedate al calcio

di Alessandro Agostinelli

I telecronisti compiacenti ambivano a una sconfitta di misura che comunque ci portasse in finale per differenza reti; i giocatori della Nazionale stavano in campo a fare le belle statuine (eppure guadagnano più soldi del Prodotto Interno Lordo del Ghana); Lippi ha fatto l’offeso con quei pochi giornalisti non proni che gli hanno chiesto conto della bruttissima partita con l’Egitto.
E ora, l’Italia di calcio ha perso per l’ennesima volta, con un Brasile fatto di atleti che giocano anche in Italia, in Inghilterra, in Spagna, guadagnano più o meno come i nostri italiani, ma hanno voglia di vincere, e l’orgoglio di correre per guadagnarsi il rispetto dei loro compratioti che guardano le partite della Confederations Cup.
I nostri, al contrario sono debosciati, senza motivazioni, morti viventi che ansimano in campo e pare non vedano l’ora di tornare alle fidanzatine, alle telecamere delle pubblicità tv, alle auto fuoriserie.
Al solito, l’Italia si autogiustifica, l’allenatore torna dopo aver abbandonato la squadra nelle mani del buon Donadoni e invece di lavorare su un nuovo gruppo fa il politico: mantiene i senatori della squadra, e difende l’indifendebile del suo gioco con veemenza e disprezzo, come fosse esente da critiche. Gli chiedono se non sia arrivato il momento di cambiare squadra, di provare nuovi giocatori, energie rinnovate. Lui se ne va.
Lippi non dà indicazioni tattiche – dicono i cronisti – perché nei casi come la sconfitta col Brasile si devono dare solo incitamenti. Ma incitamenti per cosa? Che ci sta a fare un allenatore se non dispone tatticamente la squadra. E questa Italia non è una squadra, non è un’unione di individualità, non è niente.
Un Paese indecoroso nelle sue manifestazioni sociali che calcio può mettere in mostra? Soltanto quello di una casta di giocatori riluttante verso i sacrifici in campo e irritato contro le critiche. Alle solite.
 
[22 giugno 2009]