PERCHÉ KERRY HA MOLLATO
John Forbes Kerry ha ascoltato a lungo il suo inno elettorale, la canzone che indicava "nessuna resa", No surrender, di Bruce Springsteen, ma alla fine si è lasciato guidare più dalla mortificazione della batosta del voto popolare che dalle possibilità di impugnare i voti dell'Ohio. Nel suo animo deve aver prevalso l'idea di non voler sembrare troppo attaccato al potere, quando gli americani più ostici alle aperture verso il mondo avevano decretato che la paura che Bush ha messo loro addosso la provano davvero e tentano di scacciarla attraverso il presidente di guerra che grida ad ogni angolo: al lupo, al lupo!
La telefonata di Kerry a Bush, riconoscendo la vittoria del presidente in carica, nonostante i problemi di conteggio dei voti in Ohio, mette fine al dubbio che anche queste elezioni potessero ripetere i dubbi e le tensioni del 2000. Qualcuno sostiene che il vice di Kerry, John Edwards, avrebbe voluto proseguire nell'approfondimento dello spoglio elettorale in Ohio, intentando una causa legale per bloccare per altri 11 giorni la nomina del nuovo presidente, in attesa di capire bene se i 20 voti dell'Ohio dovessero veramente andare a Bush. Tuttavia l'ampio margine di 3 milioni e mezzo di voti popolari in più per Bush hanno fatto scegliere a Kerry la soluzione più semplice: accettare la sconfitta comunque, anche se un atteggiamento più scrupoloso avrebbe forse motivato ulteriori ombre anche sulla seconda elezioni di Geroge W. Bush jr.
In realtà stavolta il presidente che indica la "guerra preventiva" come soluzione della lotta al terrorismo ha avuto un successo elettorale popolare più convinto.


Era iniziato tutto quando verso le 5 di mattina il portavoce della Casa Bianca aveva detto che Bush stava certamente vincendo.
Allora John Edwards, vice di Kerry era uscito nella notte. Forse approfittando del buio per la figuraccia personale, visto che il suo incarico di uomo del sud era spostare i voti degli stati di sud-est a favore di Kerry, dove invece ha fatto cappotto Bush.
L'unico che spostò il voto del sud a favore dei democratici fu Clinton - ed era tutta un'altra storia.
Insomma Edwards era uscito nella notte davanti alla folla dei supporter democratici schierata a Boston per appoggiare il senatore Kerry e aveva voluto infondere speranza in quella gente cui non piace l'America di Bush. Ma Edwards cercava di dare un segno anche a tanti nel mondo che pensano che la guerra preventiva di Bush abbia stuzzicato ancor più il terrorismo, invece di metterlo a tacere. Tutti coloro che non credono nelle parole che il presidente aveva affidato ancora ieri al suo discorso radiofonico: "Noi siamo all'offensiva nel mondo, perché il miglior modo di prevenire i futuri attacchi è dare la caccia al nemico".
E John Edwards aveva parlato, dicendo: "Stanotte siamo orgogliosi. Abbiamo aspettato 4 anni, possiamo aspettare un giorno di più. Abbiamo promesso al popolo americano che ogni voto conterà, e ogni voto sarà contato. Stanotte manterremo la promessa di lottare per ogni voto".
Ma nel voto popolare Bush ha preso 3 milioni e mezzo di voti in più dello sfidante. Ed è per questo che John Kerry ha mollato. Ha mollato perché forse, ha sentito una responsabilità sulle sue spalle: quella di non volere fare la figura che Bush fece nel 2000 contro Gore, salendo alla Casa Bianca come un presidente dimezzato. Poi arrivò quel fatto dell'11 settembre che modificando la presidenza Bush ha contribuito a cambiare il mondo. Kerry, forse, non voleva portare il Paese verso un tira e molla infinito che avrebbe congelato per un anno la democrazia più importante del mondo.
Nel 2001 il giudizio sul presidente Bush jr. era sconfortante. I cittadini americani avevano un giudizio molto negativo su questo figlio di papà che pareva manovrato come i pupi siciliani dai falchi repubblicani. Nei negozi di gadgets si sprecavano magliette col suo faccione con sotto scritto A.I. (intelligenza artificiale). Poi è arrivato l'11 settembre e nel giro di poco tempo quest'uomo ha fatto tutto quel che un politico saggio non avrebbe fatto. Più di tutto ha giocato sulla paura. Ha infuso i suoi discorsi di terrore. Ha usato la parola terrorismo più di tutte le altre. Ha costruito un nemico più grande di quanto fosse il nemico reale. Oggi il popolo americano, che guarda Fox News e non legge certo il New York Times, gli ha dato ragione. Si è accortocciato in sé, tra i suoi due oceani, e con l'orgoglio ferito di chi crede di avere non solo ragione, ma anche Dio dalla sua parte, l'ha eletto per la prima volta presidente degli Stati Uniti. Stavolta sì che Bush farà il presidente, perché stavolta ha vinto davvero. Il primo mandato, nato da una commedia elettorale era servito soltanto a istruire le comparse, cioè una larga parte di cittadini americani, a partecipare alle vere elezioni. JFK Kerry, sapeva tutto questo e ha provato fino in fondo a difendere la sua America. Non ce l'ha fatta. Ma questa America è metà America ed è viva.
E può fare molto per mutare l'umor nero della paura nella speranza di un mondo migliore.


