Persecuzione olimpica

di Alessandro Agostinelli

L’Italia è una Repubblica fondata sulla persecuzione arbitrale. Si tratti di arbitri di calcio (prima occupazione intellettuale del maschio italico) o di arbitri d’altra natura (magistrati, giudici, commissione europea, authority varie, ecc.), le istituzioni e i sudditi, le aziende e i media diventano immediatamente vittime di chissà quale complotto.
Ogni volta che un’autorità pertinente mette il becco su comportamenti criminosi, atteggiamenti illeciti, azioni illegali, colui che contravviene alle regole inveisce contro chi lo chiama a una condotta corretta. I primi a dare l’esempio negativo in questo senso sono la maggior parte dei politici e certe figure istituzionali. Nessuno si pone il problema del proprio comportamento scorretto, nessuno corrisponde a un regime etico condiviso. Nell’epoca della fine delle verità (come ha spiegato ampiamente anche il filosofo tedesco Sigfried Schmidt) ogni baggianata diventa autorevole, ogni bugia accampa un credito.
Prendete le Olimpiadi. Giorni fa alcuni politici di maggioranza hanno formulato opinioni su quale dovesse essere il comportamento dei nostri atleti in Cina. Chi voleva gesti esemplari contro il governo “comunista”, salvo poi restare saldamente dentro la compagine istituzional-diplomatica dei Giochi. Della serie: armiamoci e partite… Chi incitava a qualche segno minimo di protesta da parte dei nostri ragazzi, salvo proseguire a mantenere tutti gli accordi commerciali possibili con il colosso d’Oriente.
Ora, tutti questi incantatori di telecamere, che occupano parte della giornata a rincorrere i microfoni dei giornalisti, hanno sentenziato i loro suggerimenti, mettendo – credo – in difficoltà, pur minima, gli atleti italiani in Cina. Tuttavia, a parte l’evidente uscita a sparpaglio di alti esponenti della maggioranza governativa, sono convinto che nessuno spenderà parole per biasimare il doping nello sport (a meno che non si tratti di atleti di altre nazioni), nessuno sarà pronto a fare autocritica se perderemo sul campo con squadre più forti delle nostre. Anzi, come di solito accade, cominceremo tutti (esponenti istituzionali e sportivi in testa) a dare la colpa ad altro. Daremo la colpa anche a Mao se il medagliere non sarà all’altezza del nostro Paese.
A fine ‘700, a Venezia, quando la Repubblica della Serenissima stava ormai per cadere, vittima della sua stessa classe dirigente, la sola persona seria rimasta, l’ultimo doge Lodovico Manin ebbe a dire una cosa che ancora oggi pare vera:
Fino dai primi tempi […] io aveva avuto occasione di conoscere che il nostro governo non poteva sussistere, attesa la scarsezza di soggetti capaci, l'abbandono e il ritiro di molti di essi […], e che quelli che restavano pensavano più al privato che al pubblico interesse.
Se accanto a questo aggiungiamo il vittimismo e la scaltrezza amorale tutta italica, il risultato non può che dimostrare la sussistenza del degrado.
Noi italiani siamo perseguitati da chiunque ci metta di fronte alle nostre responsabilità. La nostra prima occupazione è infischiarsene delle regole e adattarle al nostro tornaconto privato, sprecando meno fatica possibile.
 
[8 agosto 2008]