Petrolio
Dopo il summit di Gedda del 22 Giugno scorso, il prezzo del barile è arrivato al livello record di 140 dollari (USD). I motivi sono complessi, ma vediamo di elencarli. Intanto, sta crescendo la domanda mondiale di petrolio, con l’entrata nel mercato globale di Cina e India che intendono acquisire le loro quote, direttamente o meno, di petrolio estratto in area OPEC. E questo spiega il delicato gioco di distante sostegno di Pechino all’Iran e agli altri Paesi produttori più marcatamente anti-USA, e spiega inoltre la tensione collaborativi tra Russia e Arabia saudita, nella quale Mosca accetta di seguire la salita dei prezzi OPEC (che spesso viene determinata dai Sauditi) per poi definire un prezzo più basso del barile e “soffiare” così la clientela occidentale ai maggiorenti del cartello dei paesi produttori, l’OPEC appunto. La Russia beneficia delle attuali politiche di restrizione produttiva del cartello dei produttori, e finanzia con i sovraredditi le infrastrutture per l’esportazione del gas naturale nel Mediterraneo e in Europa centrale.
Il punto di rottura tra Russia e Sauditi potrebbe essere la Cecenia: Mosca sa bene che il comandante islamista dei ceceni Hattab, era cittadino saudita, e il Regno della Mecca non manda in giro i suoi militanti a caso. Anche Shamil Basayev, l’altro capo della guerriglia cecena (che opera in un’area di passaggio e controllo delle nuove risorse gasiere e petrolifere dell’Asia Centrale) è finanziato dalle charities islamiste del Golfo. In questo mercato, politica e economia sono due facce della stessa medaglia.
La domanda cresce poi per l’espansione dei trasporti, che raccoglie, secondo il rapporto Hirsch il 55% di tutto il consumo mondiale di petroli.
Poi abbiamo la crescita globale della popolazione, che dovrebbe arrivare, nel 2030, ad essere il doppio di quella che era nel 1980. Poi, da non trascurare, vi è la speculazione finanziaria. In un numero di Economist del maggio 2008, si sottolineava che il numero di transazioni riguardanti “futures” sul petrolio al NIMEX di New York era triplicato dal 2004, e il finanziare Michael Masters ha dichiarato, poche settimane fa, a una audizione del Senato USA, che “gli investitori istituzionali sono ormai maggioritari nel mercato dei futures petroliferi”. Abdullah al Badri, attuale segretario generale dell’OPEC, ha affermato prima del vertice di Gedda che il consumo mondiale di petrolio, oggi di circa 87 milioni di barili/giorno, è di gran lunga sopravanzato dalla “paper oil” che si riferisce, se proiettata sui consumi reali, ad una massa di barili di 1,36 miliardi di barili/giorno, circa 15 volte la produzione reale.
Quindi, la speculazione è determinante per chiarire il meccanismo dei prezzi petroliferi, e in essa si collocano i “fondi sovrani” russi e cinesi, oltre che le principali banche di affari internazionali, che stanno “scoprendo” il mercato delle commodities, in fase di crescita strutturale (e questo riguarda anche i prodotti agricoli e i metalli non ferrosi) e molti hedge funds che riciclano, con una lunga catena di operazioni anonime, i capitali “grigi” e “neri” della criminalità organizzata mondiale, che è stato il primo mercato a globalizzarsi – è bene ricordarlo.
Il Dollaro USA però non è, nelle sue oscillazioni, direttamente colpevole dell’aumento del prezzo del petrolio, dato che il costo medio in tutte le valute è cresciuto nella stessa proporzione.
I “costi nascosti” del petrolio sono anch’essi notevoli: il “National Defence Council” ha calcolato che il costo delle linee di difesa delle aree petrolifere nel Golfo Persico è di circa 49 miliardi di USD, circa il 7,2% del prezzo finale USA dell’unità di petrolio (il gallone).
La Cina, dicevamo. Se non fosse per la speculazione (molto esecrata dal Summit di Gedda, anche se molte finanziarie del settore sono originate nel Golfo) Pechino acquisisce comunque il 7,7% in più di petroli dall’estero, soprattutto dal Medio Oriente, mentre l’UE ha diminuito i suoi consumi, nel 2007, del 2,2%. Ma la crescita dei consumi, che comunque è stata del 1,1% a livello mondiale, è stata robusta negli stessi paesi produttori, che cominciano a dover separare il mercato interno (spesso calmierato, come in Iran) dal mercato estero, essenziale per il mantenimento di alti livelli di spesa pubblica, militare e civile. La Cina, però, ha finora raggiunto uno straordinario 52% di tutto il consumo globale, nel 2007, come riporta il BP Statistical Review 2008, che fa fede in questo settore. Paghiamo, con restrizioni delle quote estratte, il trattamento di favore alla Cina da parte del Medio Oriente, che sentitamente ringrazia Pechino per le sue scelte geopolitiche e la sua opposizione alla guerra in Iraq e il suo sostegno politico e militare ai Paesi emergenti dell’Islam asiatico centrale, con il “patto di Shangai”. Il petrolio si paga con la politica.
Per quanto riguarda l’effetto dell’aumento del petrolio sull’economia non-oil, il modello di simulazione dell’OECD Interlink prevede, oggi, una correlazione per la quale l’aumento di 10 USD a barile produce un rallentamento della crescita media del PIL nei Paesi OCSE (e quindi anche in Italia) dello 0,4 %. L’Inflazione, sempre per conseguenza di un aumento unitario di 10 USD a barile, aumenta dello 0,5% nel primo anno dopo la shock petrolifero, mentre un picco elevato dei prezzi del petrolio danneggia anche l’OPEC, che deve diminuire le estrazioni e ridurre le royalties, e quindi creare un rallentamento delle proprie economie nazionali. Era il motivo per cui l’Arabia Saudita voleva aumentare le quote OPEC, a Gedda, e accompagnare lo sviluppo dei mercati mondiali, sia oil che non-oil. L’Iran non ha voluto. È più interessato a un effetto rapido di diminuzione ulteriore della crescita nei Paesi UE e negli USA, che avrebbe effetti negativi anche sulla disponibilità a un confronto militare diretto con Teheran, che non a un leggero calo delle proprie entrare petrolifere, peraltro facilmente recuperabile trattando i suoi “fuori quota” con la Russia e vendendo i suoi eccessi di produzione alla Cina, che non si cura delle questioni militari USA e UE in Medio Oriente. E che comunque non accetterebbe uno strike finale iraniano su Israele, come ha spesso affermato, alle agenzie cinesi, Hu Jintao. È un gioco pericoloso di equilibri sottili, e non mi pare che le classi politiche europee possano gestire con la massima efficienza. Quindi: assisteremo ad una rottura OPEC tra paesi che vendono in Occidente, che vogliono accompagnare la ripresa UE e USA, e paesi OPEC che vendono in aree esterne all’UE e agli Stati Uniti, che peraltro oggi sono in crescita maggiore, anche per le loro richieste petrolifere. In questo contesto, la Federazione Russa si specializzerà nel gas naturale, e seguirà, pur con momenti di “buco” che si verificheranno nei prossimi due anni, la crescita del prezzo medio OPEC, spuntando piccoli sconti per UE e USA nella misura in cui ha maggiori riserve provate in petrolio e sta esplorando i ricchi campi siberiani, che faranno, nei prossimi anni, la differenza con l’OPEC e con la stessa economia UE. Una strategia del cuculo da parte di Mosca che abbatterà temporaneamente i prezzi, creerà un monopolio di fatto per il suo gas naturale in UE, e contratterà su questo modello economico la sua geopolitica: diritto di veto nei balcani, intergazione progressiva con il mercato turco (che è il punto di arrivo di tutti i petroli che arrivano sul Mediterraneo) e che risulta essere il polo occidentale di numerosi investimenti sauditi. Il che spiega la “islamizzazione” lenta di quel sistema politico.
Naturalmente, gestire queste sfide necessita di una visione strategica, che può anche contemplare l’uso della forza, e che non sembra albergare nelle menti bottegaie di qualche dirigente politico europeo.
[29 giugno 2008]

