Pierluigi Cappello, ASSETTO DI VOLO

Questo volume pubblicato da Crocetti riunisce le quattro precedenti raccolte di Pierluigi Cappello, autore friulano quasi quarantenne vincitore del Premio Montale nel 2004: “La misura dell’erba” (1998), “Amôrs” (1999), la quale a sua volta include anche “Il me Donzel” (1999), “Dentro Gerico” (2002), “Dittico” (2004), con la rilevante aggiunta di alcuni inediti. Quasi la metà dei testi sono in lingua friulana, e la traduzione interlineare proposta dall’autore viene definita essenzialmente “un glossario ad uso dei non vocanti”, secondo le sue stesse parole. Il libro si configura come un consuntivo dell’opera di una delle personalità poetiche in maggiore evidenza non solo nel Nord-Est, e consente di seguirne l’evoluzione stilistica e tematica nell’arco di tempo di una quindicina di anni.
Ed è corretto parlare di evoluzione, perchè nella poesia di Cappello non ci sono strappi evidenti, quanto piuttosto una serie di piccoli mutamenti, anche se i nuclei portanti della sua scrittura dal punto di vista contenutistico risaltano già dai primi componimenti: primo fra tutti una distanza da un mondo poche volte riconosciuto come proprio, verso cui l’autore, anche a causa della propria ridotta mobilità fisica, fatica a sentire un senso di appartenenza. Ciò però non significa rinunciare e rinchiudersi nel proprio esilio, quanto piuttosto affidare alla parola la ricerca di un punto di contatto, che può consistere anche nell’evidenziare il distacco o la paura: come Cappello stesso spiega altrove, “scrivere versi è preparare con ostinazione e con cura il proprio fallimento, portarne tutto il peso, non un milligrammo di meno”. In questo senso va anche inteso l’uso frequente della forma dialogica, il “tu” che spesso è una seconda incarnazione dell’”io”, come per certi versi le figure del Donzel e della donna-Domine (“libera tu, Domine, la mia libertà”) che si affacciano nei testi in lingua friulana di “Amôrs”.
Dal punto di vista formale si evidenzia invece come dalla struttura metrica chiusa e a suo modo perfetta delle prime composizioni si passi progressivamente all’utilizzo di versi meno rigidi e più aperti. Questo sembra liberare i testi nella scoperta di nuove profondità, che portano gli ultimi lavori ad avvicinarsi per alcuni aspetti a quelli di Gian Mario Villalta e Mario Benedetti, senza voler con questi paragoni togliere alla poesia di Cappello il valore di percorso autonomo e spesso isolato che ne rappresenta una peculiarità ed al tempo stesso un merito.
Francesco Tomada

