PIERO CIAMPI L'ARTISTA

Viaggio nella canzone e nella poesia del primo arrabbiato d'Italia
di Roberto Veracini

1.
Esistono luoghi assoluti di poesia che non penseresti, tra canzoni sguaiate, nate dal vino e dalla continua, provocatoria sfida con un mondo impossibile, e l’arte nuda di chi si mette in gioco totalmente, sapendo che è un gioco al massacro, che non c’è rivincita, e tutto va, comunque e sempre, ineluttabilmente.
Piero Ciampi era un attore tragico che metteva in scena, in tutte le sue canzoni, la rappresentazione cinica di una vita votata all’annientamento, ma capace di ultimi, grandiosi, romanticissimi canti del cigno.
L’incomprensione – con la vita, con le donne – è sempre stata lo scenario del suo teatro di verità inquietanti e feroci, cantate con l’aria di chi non ha più niente da perdere, di chi ormai è fuori (“è perché è solo un artista /che l’hanno preso per un egoista./La vita è una cosa/che prende, porta e spedisce”). L’artista, per Ciampi, è l’emarginato, che vive del suo unico desiderio, incommensurabile, e non è capito. L’infelicità è la sua inevitabile misura e l’irrequietudine il suo orgoglio. Di fronte c’è la realtà, la sua miseria pacificata e inutile. La vita scorre come in un film parallelo, amata e incomprensibile, vicina e lontanissima: l’artista resta ai margini, con la sua fierezza anarchica esibita come un ghigno sulla faccia disillusa. Non c’è contatto. Per questo il vino diventa il tramite, artificioso e necessario (“Com’è bello il vino/rosso rosso rosso,/bianco è il mattino,/sono dentro a un fosso./E in mezzo all’acqua sporca/godo queste stelle,/questa vita è corta,/è scritto sulla pelle”).
Il binomio artista-vino è infatti assai ricorrente nell’itinerario poetico di Piero Ciampi. Quell’ebbrezza che avvicina gli uomini riconduce l’artista ad una realtà meno squallida, meno insignificante: la quotidianità perde i suoi connotati negativi, diviene più vivibile, più umana (anche se solo per un attimo: poi è il disincanto che assale e annienta, inesorabile).
La donna è un altro referente fisso. La donna è la regina, la principessa (“Altezza/principessa/mia regina/volevo vederti/rivederti/salutarti”, “Una regina come te in questa casa? Ma che succede?”), l’unica che può capire l’artista (“Sono uno strano uomo/che può frequentare solo te”), ma al contempo l’amore è impossibile e lo scenario che si ripete è quello dell’abbandono (“Tu no, tu no, tu no/si lo so che non ho niente,/si lo so che ti ho delusa,/ma tu, amore, tu/hai amato i miei silenzi”; “Barbara non c’è/ha chiuso gli occhi ed è fuggita ed ora/provo un pentimento/senza alternative./Molta nostra vita è stata qui./Lei non ha capito./Io non ho capito.”). L’assoluta solitudine dell’artista trova spazi dolorosi e però necessari e insostituibili nel rapporto con la donna, spesso amante succube, qualche volta madre, difficilmente, comunque, compagna (“Non parlare, non chiedere spiegazioni,/non è cambiato niente, provvederò/ma domani è domenica e ti porto a nuotare/fino a mezzanotte”; “La nostra è una battaglia molto dura perché noi/non ci concediamo mai un perdono,/io col sentimento ti spavento/tu con la logica mi sgomenti”; Noi per nutrire l’amore/ci sfidiamo a duello,/sarà sempre così./Ma, amore, non esiste un nemico/più bello di te”). L’amore è quindi – inevitabilmente – donchisciottesco, illusorio e perdente: ma è la vita, l’unica vita possibile, anche se è vissuta male (“Io non so più come fare/non capisco questa vita”, “Tu mi devi star vicino/perché ormai io sono fuori”).
 
2.
La voce di Ciampi è una voce d’artista, di quelle che vengono da lontano e si fanno riconoscere. E non esistono vuoti nei suoi continui, cadenzati silenzi: ovunque s’intravedono segni di altri mondi evocati e disattesi, pieni di donne alte e bionde, che spariscono nella sera del porto (“La sera/scende/sul porto/mentre una gonna/fruscia/fresca”), o di mari rivelati nei ritratti d’infanzia (“Io ti porto a nuotare,/ti faccio vedere la schiuma bianca del mare”), o di città assopite nell’indifferenza dei giorni e della pena (“Un pianto che si scioglie,/la vita che si sceglie,/è il sogno di una pazza”). E su tutto un senso di morte, che è speranza illusoria (che si sa tradita), fuga e inganno (“Vita vita vita/sera dopo sera/fuggi tra le dita,/spera, Mira, spera”).
Ascoltare Ciampi è scegliere un altro punto di vista, fare un viaggio più lontano. O si resta colpiti a fuoco dal segno della sua poesia, dallo spessore della sua voce, o lo si ignora, lo si rimanda alla sua vita tristemente (e fieramente) maudit, con un sorriso di compatimento. Perché Ciampi non conosce mezze misure, non concede niente. In questo la sua differenza – decisiva – e il solco più profondo dei suoi dischi.
 
[17 novembre 2009]