Pietro Berra, NOTIZIE DALLA FAMIGLIA

L’ultima volta che mi occupai di Pietro Berra fu quando nel 2005 pubblicò lo stupendo “Poesie politiche” per i tipi di Luca Pensa Editore. È del marzo 2009 l’ultimo nato: “Notizie dalla famiglia” per l’editore Stampa di Brunello (in provincia di Varese), quarta raccolta poetica dello scrittore, critico e giornalista lariano. Ancora una volta il piacere di perdersi nel tocco suo gentile ed appuntito, si rinnova. Certo, è potenzialmente ravvisabile una vicinanza con la voce del poeta Giampiero Neri (il Berra ne è fine studioso e pubblicò proprio un saggio sul Neri –Il poeta architettonico- nel 2005 per Dialogolibri e proprio al Neri è dedicata la poesia a pag. 20 “La fucileria”) o magari di un certo versate civile del poeta italo-svizzero Fabio Pusterla, ma la voce di Pietro Berra è cosa a sé stante.
Personalmente ho un amore particolare per quei poeti capaci di creare mondi poi cullati dentro le poesie. Il Berra crea tre mondi, le tre sezioni del libro (Archivio storico – Reportage da Brunate – Ultima ora) per parlare di una famiglia sullo sfondo dei primi del Novecento. Il risultato è una affresco o meglio, qualcosa a metà strada tra un album di vecchie fotografie e un diario di memorie che trascolora passando dagli anni ’20 al fascismo pieno ad una più attuale contemporaneità fitta di citazioni tenui, mai invasive (Spielberg, Hanna Arendt, Armstrong, Ursula Andress piuttosto che “due funzionari di Linate”) utili a creare il quadro esatto, l’odore ed il colore, lo stato delle cose. Ho spesso il sospetto che dietro gli scritti più fortemente attualizzati o scritti “al presente” (come quelli delicatissimi dove protagonista è il bambino Leonardo) vi sia molto della vita privata, alla famiglia dell’autore, ma è un sospetto che nulla toglie alla bellezza ed alla coesione dell’insieme e che anzi porta una marcia in più, un registro ulteriore.
Non di rado – infatti - leggendo le poesia del Berra, si avverte come una stretta al cuore, un senso di riconoscibilità e appartenenza, un dejà-vu memoriale e molti sono i meriti di queste epifanie: se da un lato gioca la capacità dell’autore di tratteggiare con essenzialità i contorni esatti (del luogo, del protagonista, del tempo storico), dall’altra è “il mondo che conosciamo” a parlare, cose nostre. E non è per via del linguaggio “basso”o dell’uso di certi modi di dire che virano appena verso il dialetto (mai smaccatamente, è sempre tutto ben dosato) ma proprio quel suo modo empatico di entrare dentro le cose, il vissuto, e rimandarlo sinceramente. Se da un lato c’è invenzione letteraria (ma nella memoria, c’è davvero invenzione?) dall’altra ecco vicende personali divenire funzionali al testo, diventare argomento e testo stesso.
L’andirivieni tra le due polarità è l’equilibrio che porta le tre sezioni ad essere strettamente legate da un filo rosso che, passando dalla poesia civile (e, perché no? anche dalla denuncia sociale e storica) lega poi e guida verso una storia toccabile con mano, una trama vera, qualcosa che si svela chiaramente anche a quanti non sono strettamente o necessariamente parte del percorso biografico. Scrive Maurizio Cucchi nell’introduzione: “Come spesso accade ai veri poeti, Berra non enuncia i grandi temi – amore e strazio, morte e storia, tempo che muta il mondo –ma li introduce nei risvolti animati dei dettagli, nell’opacità sensibile delle nostre provvisorie esistenze e delle loro fasi, liete, dolorose o semplicemente indifferenti che siano”.
Chiude il libro una piccola sezione di Note dove l’autore svela alcuni fatti storici o luoghi da dove poi le poesie son nate o hanno trovato compimento.
Per chiudere una piccola nota mia: se l’editore non è che faccia poi granché per promuovere questa davvero bella pubblicazione, consolazione è sapere che è un volume rintracciabile attraverso i maggiori siti web di diffusione libraria e quindi acquistabile sempre e comunque. E l’eventuale attesa, vale davvero la pena, se il premio è poi la lettura della bellezza che il Berra compone.
RUBAGALLINE
Si sposarono l’11 novembre del ’39
la cameriera di Chiasso e il ciclista
di Cernobbio. Forse un residuo credito
all’uomo della provvidenza, alla blitzkrieg...
Forse l’officina meccanica avviata
o un presunto diritto alla salvezza
del secondogenito di madre vedova...
Fecero il nido da questa parte
della frontiera.
Lui tornerà quattro anni dopo
con la malaria. «Andate a morire
a casa, se ci arrivate»,
li aveva congedati il capitano
giù a Napoli. Del gruppo di sbandati
ricordava soprattutto il pittore Morlotti
fenomenale rubagalline.
Fabiano Alborghetti


