Politica dell'immagine
La politica postmoderna si vende come un bene o un servizio. Naturalmente, non tutto ciò che viene venduto, nel mondo attuale, segue le stesse logiche di marketing. Ma le regole generali per la costruzione di un bisogno e la definizione di un atteggiamento, quelle sono ormai formali e universali. I beni di largo consumo sono di solito legati all’affettività primaria, all’immaginario familiare e tradizionale. Mulini Bianchi, paste alimentari, detersivi per la casa, sono tutti oggetti venduti con un’aura rassicurante, all’interno di famiglie tradizionali e con folle di bambini festanti, stando bene attenti a creare una identificazione positiva immediata ed evidente del teleutente con i personaggi. I beni ciclici, come le automobili, se sono utilitarie vengono venduti attraverso l’immagine dei bambini o delle donne single, fasce di mercato che gli analisti hanno verificato essere trend-setters, e che ormai sono capaci di vendere fondi di magazzino o veicoli appena ridisegnati per liberare i capannoni. E’ stata la fase delle vetture-camioncino, vendute proprio quando cadeva drammaticamente il tasso di natalità italiano. Tutto si può vendere, se si trova il meccanismo che fa scattare l’identità tra compratore e immagine del venditore. L’uguaglianza simbolica, la costruzione di un “ideale dell’Io” commerciale nella fantasia del consumatore sono l’essenza del meccanismo. Io sono Voi, e voi siete me, trasmetteva la Voce del Big Brother in 1984 di Orwell.
Per le auto di lusso, si vende il mito, lo status, la ricchezza e il successo attraverso l’automobile, non viceversa. Si allontana la tensione del prezzo elevato e si costruisce il nesso tra marchio e classe sociale, vera o presunta non importa.
E la politica, come si vende? In due modi: giorno per giorno, utilizzando le “uscite” in TV e gestendo i sondaggi, e nelle fasi elettorali, dove il sistema bipartitico si ricompatta secondo il modello più diffuso nella psiche di massa italiana, quello del tifo calcistico. Funziona anche qui il modello orwelliano del “Grande Fratello”. Il politico deve essere “uno come noi”, dato che ogni diversità, superiore o inferiore alla media della massa, viene da quest’ultima equiparata ad una menomazione. Ma se è vero che nessuno ha pregiudizi contro la passata di pomodoro o il detersivo per lavatrici, nemmeno gli allergici a quei prodotti, è invece vero che vendere la politica è particolarmente difficile. Quel poco di classe politica che ancora rimane al potere si è rilegittimata, dopo “Tangentopoli” (alla quale partecipava come e talvolta più dei “cattivi”) dileggiando sé stessa, dipingendosi sempre peggiore della “società civile”, e adattandosi, con un gioco suicida, a correre dietro ad ogni richiesta, manifestazione, rivolta, gusto, abitudine che le masse mostrassero in quel momento. Con il bel risultato di essere, da un lato, dipendenti del sistema pubblicitario che governa, ormai incontrastato, la psiche della folla, dall’altro di essere sempre meno credibili e legittimati. Quindi, molti politici, di entrambi gli schieramenti, per essere orwellianamente “Voi ed Io” insieme, comunicano sé stessi e i loro programmi, quando ci sono, come se fossero beni di consumo o servizi pubblici. A pagamento. Ma la struttura del bene di consumo “politica” è particolare: si vende male, è tendenzialmente obsoleto, ha una pessima fama, come la FIAT in USA prima dell’operazione sulla Chrysler (Fix It Again Tony, era l’ironia sul marchio di Torino) e soprattutto deve essere venduto in un mercato a forte tasso concorrenziale, le elezioni, dove accordi di cartello e oligopoli non sono possibili. Mentre invece il cartello è la regola per vendere i “beni globali” maturi e a basso margine di redditività. E c’è una ulteriore difficoltà: che la politica deve essere venduta soprattutto a ceti sociali non culturalizzati, sui quali la tecnica di vendita dei beni di alta gamma non funziona affatto. Per il prodotto di massa “diffamato”, conta solo il prezzo e la facilità di acquisto. E la pervasività del marchio, che deve essere martellato ogni giorno nei lobi frontali dei consumatori, per divenire una abitudine semiconscia e scacciare via la cattiva fama che si porta addosso.
Ma c’è un altro elemento che deve essere notato: le classi politiche deboli sono funzionali alla nuova divisione del potere, che vede un sistema centrale misto elettivo-non elettivo (Il Consiglio dei Ministri, la Presidenza della Repubblica, le varie Authorities) che trattano direttamente con le lobbies; che hanno necessità ben specifiche che l’elettorato non capirebbe o alle quali non sarebbe interessato. Il contratto tra l’ENEL e il governo del Kazakhistan è essenziale, ma non credo muova i sentimenti del maestro elementare di Cassina Borlanda. La tecnicizzazione del potere centrale permette un adattamento rapido al mercato-mondo, dove bisogna rispondere alle sfide nell’arco di poche ore, e non c’è tempo di spiegare la rete degli interessi petroliferi cinesi in Iran al deputato semianalfabeta di Vattelapesca. Dall’altro, occorre rendere i parlamentari o comunque i politici ricattabili, e a questo corrisponde la marea del gossip che ha sommerso la stampa e la TV italiane, snob e trash, pubbliche e private. Lui ha “peccato” (interessante questo moralismo di ritorno e di immagine in una società “degli istinti” come quella attuale) ed è, ancora orwellianamente, “come noi”. Da questo deriva che “noi siamo come lui”, in un delirio di onnipotenza immaginaria e di nevrosi da compensazione, ma intanto “lui” si toglie dalle balle e questo rende possibile il passaggio della leggina, l’aumento delle tariffe, etc. Era già capitato con quella operazione che fu poi chiamata “Tangentopoli”. La politica contemporanea in Italia è una “tangentopoli con altri mezzi”, continua, capillare, senza troppi giudici tra le scatole, gestita dai mass-media al fine di eclissare chi non serve più o chi si oppone non al “sistema” di cui tutti sono ormai parte, ma alla singola legge, al piccolo interesse lobbistico, alla lobby. Il perché di tutto ciò dovrebbe essere ormai chiaro: le lobbies, i gruppi di potere, gli interessi organizzati pagano ancora i partiti, per il tempo che occorre e per il fine specifico che è stato richiesto dalla lobby al partito politico, quindi chi non vota la leggina blocca il flusso dei quattrini, con i danni che si possono immaginare. Quindi, da una parte abbiamo un universo immaginario e onnipervasivo di massa, e le masse, come dice un vecchio adagio dei convogli militari, “vanno alla velocità del più lento”. Un turbinìo di veline, di tette al vento, di corna vere o presunte (più spesso il primo caso) di battaglie inutili su questioni “di principio”; mentre dall’altro lato abbiamo una tecnicizzazione e, direi, una militarizzazione della politica nel rapporto invisibile tra gruppi di potere e classe politica, al completo.
Beninteso, anche l’ENI di Mattei pagava i politici, e distribuiva quattrini a tutti, comunisti e missini compresi. Se qualcuno voleva far fuori qualcun altro, allora veniva fuori la tangente saudita alla sinistra socialista, e le carriere politiche si interrompevano. Ma il sistema degli interessi coalizzati pagava costantemente la politica, che aveva la possibilità, nel quadro della guerra fredda e degli aiuti di Stato ai privati, di contare, e molto, rispetto alle lobbies. Oggi, nessuno paga più a scatola vuota la politica, che deve rincorrere gli interessi organizzati e spillare la tangente della tangente, ovvero la sua quota dopo la verifica del beneficio. Vedere cammello. In una situazione di debolezza e defamation della politica, per acquisire voti occorre sovrapporsi, senza differenziarsi, alla comunicazione popolare, possibilmente al suo più basso livello, perché il voto di chi legge The Economist o Die Zeit è già sicuramente strutturato, e non basta certo una velina seminuda per cambiarlo. Durerà? Certo che durerà. Andiamo verso una destrutturazione dei ceti medi e del sistema scolastico e universitario che fornirà quella “manodopera di consumatori” fluida, adattabile, priva di asperità ideologiche o corporative, capace di adattarsi il più rapidamente possibile ai flussi commerciali, in un contesto di messaggi che andranno bene per l’immigrato tunisino e per il pensionato di Venegono Superiore, per l’impiegato e per il dodicenne. Quindi Io sono Voi.
[12 maggio 2009]

