Popolo della Libertà

di Marco Giaconi

Il PDL è ormai quello che i politologi statunitensi chiamano un “catch-all party”. Un “partito pigliatutto” che aspira alla rappresentanza politica di tutte le tradizionali famiglie ideologiche italiane, che ormai non possono più ricorrere alle narrazioni identitarie che hanno caratterizzato il “secolo breve”, il Novecento.
In Italia, per motivi storici e di sviluppo economico, non esistono egemonie nella società che possano riflettersi in un partito politico: la borghesia produttiva è ristretta, e ha bisogno di una direzione politico-economica statale, sia Giolitti, il fascismo, la Democrazia cristiana. Le masse popolari, caratteristica anch’essa specifica della storia italiana, sono territorialmente definite, e si collocano nel Nord e, in parte, nel Centro. La frattura principale, quella tra Nord e Sud, ha visto il Meridione passare da polmone agricolo dell’Italia unita a serbatoio di voti conservatori per equilibrare, al Nord, la sostanziale egemonia politica delle sinistre. Oggi, il Sud è l’asse della unica globalizzazione italiana pienamente riuscita, quella delle organizzazioni criminali.
Questo paesaggio repubblicano è quindi finito.
Il PDL non è, per molti aspetti, una riedizione della Democrazia Cristiana, che rifletteva al proprio interno tutte le famiglie politiche e territoriali italiane e ne contemperava gli interessi in un sistema fluido dove tutti, prima o poi, ricevevano la loro fetta di potere. Il Popolo della Libertà è un partito che, diversamente da quanto accadeva con la DC, ricollega direttamente il popolo, ovvero la sommatoria di tutte le masse postideologiche e territoriali, con il Governo, con l’Esecutivo. La DC era il partito che raccoglieva elettori nel quadro della guerra fredda per essere presente nelle istituzioni. Il PDL raccoglierà il popolo per sostenere, guidare e rafforzare l’attrito, che si prevede lungo e complesso, tra l’Esecutivo e le altre istituzioni costituzionali.
I partiti della guerra fredda erano gruppi politici che si basavano sulla gestione della spesa clientelare: i voti che mancavano si compravano, con denaro pubblico, attraverso l’espansione dell’amministrazione statale, con il sistema pensionistico, con le tutele corporative diffuse.
Questo meccanismo da “partito della spesa” non è più sostenibile, e il PDL si sta attrezzando, proprio sulla base della sue estraneità alle ideologie classiche, a raccogliere consensi per sostenere, una a una, quando si presenteranno, le richieste dei gruppi sociali e delle lobbies, senza interventi a pioggia o quello che è stato chiamato il “keynesismo all’amatriciana” che caratterizzò gli esecutivi italiani degli anni ’70. Gli interessi non soddisfatti si metteranno in coda, aspettando il loro momento. Il potere del leader serve proprio a questo: a garantire l’unità del partito nella misura in cui non tutti gli interessi possono essere soddisfatti in rapida successione.
La figura stessa di Silvio Berlusconi è una rottura con la costituzione materiale (come la chiamava il costituzionalista cattolico Mortati) della Repubblica. I Padri costituenti avevano immaginato una costituzione-armistizio tra Dc e comunisti: l’esperienza passata del cesarismo mussoliniano faceva propendere tutti per una struttura di controlli incrociati che privilegiava il Parlamento e, in seguito, le Istanze regolative superiori: la Presidenza della Repubblica, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale, che pure Togliatti non voleva non potendo dividerla in due, una metà al PCI, l’altra ai cattolici. Il cavaliere di Arcore si pone come leader dell’Esecutivo per renderlo più autonomo dagli equilibri politici tradizionali. Il dopoguerra, con le sue paure di “ritorno del Duce”, oggi è definitivamente finito. Si pensi alla fine di De Gasperi, fatto fuori da una alleanza instabile di dirigenti democristiani, a quella di Fanfani, che perde il suo ruolo di primus inter pares dopo la sua sconfitta nel referendum sul divorzio, o alle infinite caricature ducesche di Craxi, accusato di ripetere il passaggio del Rubicone mussoliniano, da socialista a duce nazionale.
La leaderhip di Silvio Berlusconi non permetterà il frazionamento che sarebbe inevitabile in un partito pigliatutto operante tra gli infiniti interessi italiani, e eviterà, selezionandola, la lotta senza quartiere tra i dirigenti intermedi del suo partito.
Le luci e i suoni dello spettacolo politico, lo stesso “corpo del capo”, come lo ha chiamato in un bel saggio Marco Belpoliti, servono a mantenere il collante politico quando non è possibile governare spendendo a pioggia. La leadership-spettacolo è un succedaneo della saturazione degli interessi clientelari.
Dove potrebbe cadere questo progetto berlusconiano di Popolo della Libertà?
Vediamo: se non si crea un equilibrio corretto tra Centro e Periferia, con la nuova legge sul federalismo fiscale, la leadership centrale potrebbe non poter incanalare bene gli interessi locali, e depotenziarsi a favore di una o più Regioni.
Se poi il Popolo di Berlusconi e Fini non riuscisse a creare un rapporto stabile tra poteri elettivi e poteri non elettivi, diverrebbe realtà uno scenario di attrito continuo e distruttivo tra poteri dello Stato, con l’Esecutivo contro la Corte dei Conti, la Presidenza della Repubblica contro le Camere, gli Enti locali in contrasto con la Corte Costituzionale, e via esemplificando.
La massa critica elettorale, anche se raggiunge le proporzioni sperate dal cavaliere, può non essere sufficiente nel modificare gli atteggiamenti dei “corpi separati” dello Stato o delle cariche elettive secondarie, coma la Presidenza della Repubblica.
Un altro momento di crisi di questo modello di “catch-all party” italiano potrebbe essere quello in cui la soddisfazione degli interessi legittimi tarda troppo ad arrivare. Il potere carismatico, proprio per le caratteristiche che gli attribuiva Max Weber, mette in riga i particolarismi sociali. Ma, in una età post-ideologica, la politica è sempre più scambio reale e sempre meno scambio simbolico, e allora il Capo deve, prima o poi, riempire le pance dei suoi elettori.
Un altro elemento di possibile frattura del modello del PDL è quello della politica internazionale, e questo riguarda anche l’opposizione. Da tempo, sia gli uni che gli altri guardano alla politica estera e di difesa come ad una estensione degli equilibri politici interni. Non è più così. La Cina maoista manda hackers informatici a giro per il mondo proprio per mantenere e rafforzare la sua nuova potenza economica e finanziaria. Se l’Italia non coglierà questa nuova configurazione della politica estera, e manderà “soldati di pace” a giro per il mondo senza coordinare, con le imprese militari, azioni di penetrazione o interdizione degli spazi economici e geopolitici, allora spenderemo male i soldi della Difesa e spenderemo peggio quelli destinati alla globalizzazione virtuosa delle nostre imprese e dei nostri interessi.
Il rischio di una provincializzazione dell’Italia oggi è reale, a destra come a sinistra, e spero che, al di là della fedeltà atlantica dichiarata da Silvio Berlusconi, tutta la classe politica nazionale si ponga il problema di quello che, anni fa, alla Fondazione Manlio Brosio, chiamavamo la “strategia globale italiana”.
Cosa accadrà al Partito Democratico, dopo la creazione, dalla testa di Giove-Silvio, della Minerva PDL?
Gli scenari più probabili potrebbero essere: una progressiva separazione tra Margherita e eredi dei DS, in cui la Margherita rosicchia voti al PDL, insieme al Partito di Pierferdinando Casini, cercando di limare le unghie alla “gioiosa macchina da guerra” del centrodestra. Una polarizzazione degli ex-Ds verso i partitini a sinistra potrebbe portare a una massimizzazione dei voti dell’opposizione e ad una struttura bipolare della rappresentanza: l’opposizione minoritaria è maggioritaria nei poteri non elettivi, la maggioranza egemonica in quelli elettivi e nell’ Esecutivo.
Un altro scenario prevede la trasformazione del PD in un “partito di rappresentanza delle autonomie locali” in correlazione con la Lega Nord di Bossi, uno scenario che coprirebbe la grandissima maggioranza delle autonomie locali a Nord come a Sud, e interdirebbe all’Esecutivo il collegamento diretto tra Centro e Periferia, essenziale per il funzionamento delle entrate fiscali, soprattutto dopo l’avvento del federalismo, appunto, fiscale.
Per Berlusconi e Fini si preannuncia una divisione del lavoro politico, con Gianfranco Fini che parla a quelli che stanno fuori del PDL, e Silvio Berlusconi che fa da collante all’interno del suo “partito pigliatutto”.
 
[1 aprile 2009]