Presidente Napolitano, aiuto

di Gianfranco Cordì

Recentemente alcuni cittadini, rivolgendosi a Giorgio Napolitano, hanno implorato: “Presidente, ci aiuti lei”. Siamo di fronte a una situazione nella quale la gente, il popolo, gli italiani si rivolgono a un’istituzione per “fare qualcosa” nei riguardi di un'altra istituzione (il governo). Insomma ci troviamo davanti a qualcosa che, nato come fatto “sociale” o comunitario, è diventato, o si è trasformato, in avvenimento squisitamente politico e relativo alla gestione dello Stato. Non viviamo più in periodi in cui le proprie cose, i cittadini, le risolvono da soli e senza intermediazioni (con le rivolte popolari) e nemmeno in frangenti temporali in cui la politica può districare da sola i suoi problemi. Come, del resto, non viviamo certamente un momento in cui società e politica comunicano direttamente e senza intermediazioni e si implicano a vicenda. Ecco il perché di questo “scarto” fra persone comuni e istituzioni. Ed ecco il perché di questa “richiesta” alla più alta autorità che vuole anzitutto dire due cose: 1) anche noi cittadini esistiamo dentro questa situazione che si è verificata 2) a giudizio di noi cittadini, c’è qualcosa di sbagliato nella conformazione della politica attuale. Se vale l’ipotesi 1) ci troviamo di fronte a un potere elefantiaco ed autoreferenziale che ha dimenticato e ormai dissolto la società dall’esercizio del proprio status e della propria costituzione. Se, invece, vale l’ipotesi 2) siamo in presenza di un giudizio (negativo) da parte della società sull’operato del governo Berlusconi. Nel caso 1) la società, quindi, non ha alcun ruolo; nel caso 2) essa assume un indirizzo di critica e di biasimo profondo. Tutto sta quindi nel capire se la comunità degli italiani oggi, rispetto a questa politica, è capace di una qualche azione (per esempio l’accusa e la contestazione) oppure è del tutto assente dalle logiche di un potere ormai impegnato a perpetuare solamente se stesso (con le sue anomalie e perversioni).
È possibile la nascita dello spirito critico in un mondo di consumatori? L’investimento che ognuno di noi dovrebbe attivare, in una congiuntura del genere, si troverebbe a dover essere calibrato sul durevole, sul costante, sul resistente di fronte all’effimero e transeunte dell’economia dei consumi. Quegli uomini e quelle donne che l’altro giorno hanno urlato “Presidente, ci aiuti lei” al Capo dello Stato, hanno realmente scommesso sul persistente e il consolidato? Essi, inoltre, sono il sintomo che gli italiani stanno davvero cambiando? Che pensano al permanente ed allo stabile? Nel mondo dei consumi di massa, insomma, occorre riflettere sulla “lunga durata” a fronte della vendita e dell’acquisto che si risolvono comunque sempre in un “usa e getta” precario e fugace. Siamo davvero noi italiani capaci di pensare il nostro destino di nazione dentro l’Unione Europea in termini di un lasso di tempo che non sia quello immediato? O quei signori che hanno supplicato il Presidente della Repubblica l’altro giorno sono soltanto un manipolo di idealisti incalliti?
E adesso che il Parlamento ha testimoniato, di fronte al Paese, che il governo Berlusconi è formalmente inadempiente anche rispetto alla “formalità” della presa d’atto della variazione di bilancio dello Stato, che cosa può fare il Presidente Napolitano?

[14 ottobre 2011]