Protezione incivile

di Angelo M. Cirasino

A prescindere da quello che sarà l'esito finale delle indagini e dei giudizi, come pure dalle posizioni tattiche assunte dalle varie forze in campo di fronte alla bufera giudiziaria, è comunque avvilente vedere gettata nella polvere una di quelle (peraltro poche) strutture di servizio che, nel nostro Paese, si occupano di proteggere un patrimonio comune - in questo caso la salute pubblica - piuttosto che disperderlo con scientifica dissennatezza. Oltre che avvilente è terribilmente inquietante: che cosa potremmo pensare infatti, su come quel patrimonio è stato e viene tuttora amministrato, se anche una minima parte delle accuse mosse dai magistrati al “sistema” della Protezione Civile italiana si dimostrasse poi fondata? Certo è che da tempo non mancavano - e senza ricorso ad intercettazioni di sorta - presagi sempre più preoccupanti della graduale trasformazione di un istituto, nato come organismo di controllo e di coordinamento, in agenzia di intermediazione per l'assegnazione di appalti pubblici: un'operazione di aziendalizzazione di fatto che ricorda molto da vicino le "liberalizzazioni" dei servizi pubblici - quelle coronate dalle recenti disposizioni del Parlamento in materia di servizio idrico - e che ha portato al conio della felice espressione (e della meno felice pratica) di “Protezione Civile SpA”. Diciamo questo senza poter ipotizzare illeciti o irregolarità in tale stile di gestione: questo è compito di altre agenzie istituzionali e culturali, di cui siamo fortunati a non condividere gli obblighi, ma vogliamo sottolineare che, anche nell'ipotesi di completa infondatezza delle accuse e, quindi, di perfetta trasparenza nell'operato degli amministratori del “sistema”, questo avrebbe comunque rappresentato una stortura per la democrazia in quanto verticalizzazione oligarchica (e su base non elettiva) delle procedure di decisione in un ambito in cui, invece, è quanto mai vitale - in tutti i sensi dell'aggettivo - che la gestione ed il controllo siano interamente esercitati dal pubblico. Cercheremo quindi di mettere a frutto l'avvilimento, procuratoci da quella che ha tutta l'aria di essere una pessima pratica, traendone un duplice insegnamento. In primo luogo, la vicenda mostra che, anche quando non si espone a dubbi di liceità, la gestione con criteri privatistici di beni e servizi pubblici non funziona, perché alloca il potere decisionale in sedi e soggetti differenti da quelli che ne detengono la titolarità - vale a dire i cittadini, e questo dovrebbe farci riflettere con attenzione su molte delle opzioni strategiche che si vanno recentemente affermando in questo Paese. In secondo luogo dimostra che, in questa materia, l'accentramento dei poteri decisionali ed il loro esproprio rispetto alla discussione pubblica generano sistematicamente distorsioni che - sempre nella migliore delle ipotesi - vanno in ogni caso ad incidere sulla trasparenza, sull'efficienza e sulla reale effettività delle procedure; e quindi anche sulla condivisibilità dei loro esiti, che non possono valersi di alcuna pre-garanzia di democrazia reale. Ne discende un terzo e ancor più stringente insegnamento, che riguarda non più “loro” ma noi stessi: assodato che le relazioni verticali mostrano quasi ovunque la corda, l'unica via d'uscita dalla irresponsabilità privata nella gestione della cosa pubblica sembra stare nella “costruzione dal basso” di una rete di relazioni orizzontali di corresponsabilità: una vera rete di (auto)Protezione Civile che, nel recupero delle matrici etimologiche dell'espressione, punti verso l'affermazione della condivisione delle scelte come unica forma autenticamente democratica di governo - anche nelle avversità, anche nelle emergenze. Ma questo non è che un altro nome di quello che, al Nuovo Municipio, chiamiamo da anni partecipazione.
 
[16 febbraio 2010]