Pugni in tasca
I prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (comprensivo dei tabacchi, come recita la formula rétro dell’ISTAT) sono aumentati del 3,3% rispetto ad Aprile 2007. Nelle aree del “paniere” statistico, i maggiori aumenti sono stati verificati per i prodotti alimentari e bevande (+5,6% rispetto all’aprile 2007), abitazione (+6,1%), trasporti (+5,1%), mentre calano le comunicazioni (-2,7%) e i servizi sanitari, sia pure di pochissimo (-0,3%).
Nell’ambito delle città capoluogo, gli aumenti maggiori si sono registrati a Reggio Calabria e Cagliari, seguono Torino, L’Aquila e Napoli. Gli aumenti minori si sono manifestati a Trento, Trieste, Perugia.
La spesa delle famiglie, stavolta senza tabacchi, è risultata pari, nell’anno 2007, a una media mensile di 2440 Euro, con un aumento annuale di 19 Euro. Una variazione che acquisisce sia la dinamica inflazionistica (1,8%, niente male per essere in fase di stallo del PIL) che quella dell’aumento dei costi di produzione. Il che significa, fatti due conti, che tanto più aumenta la spesa nominale mensile tanto meno vi è un aumento dell’acquisizione di beni e servizi in termini reali. L’aumento della spesa se ne va tutto (e con quote “mangiate” ai consumi reali) nell’aumento dei prezzi e dei costi dei servizi primari.
Il 30% delle famiglie ha dichiarato di aver comprato, nel 2007, meno alimentari dell’anno precedente, e la spesa alimentare nel Nord supera di quasi mille euro quella verificata presso le famiglie meridionali.
Il risparmio delle famiglie, quando c’è, è esiguo: negli anni ’80 la media per unità familiare dei risparmi era pari al 22,4% del reddito, secondo i dati dell’EURISPES, e oggi l’indebitamento medio delle famiglie è del 15% ed è passato in un solo anno dall’11% a oltre quattro punti in più.
2,4 milioni di unità familiari hanno acceso un mutuo, e di queste 530.000 sono a rischio insolvenza. Ma il vero boom è quello del credito al consumo, che interessa un italiano su quattro.
Una esposizione virtuale di 1590 euro per ogni cittadino, con uno squilibrio tra consumi voluttuari e necessari che fa aumentare il prezzo medio dei beni di prima necessità mentre non influisce su quelli di “immagine”, la cui logica dei prezzi poco ha a che fare con il meccanismo classico del mercato: la quantità a disposizione per la vendita.
La grande distribuzione influisce favorendo l’accesso al credito al consumo, soprattutto nel settore degli elettrodomestici, mentre si espande il ricorso agli “hard discount”, che però favorisce le aree urbane e penalizza molte zone del Paese in cui questo tipo di grande distribuzione latita, vuoi per il potere politico dei piccoli esercenti, vuoi per i meccanismi di collegamento tra grande distribuzione cooperativistica e partiti politici.
Insomma, stiamo consumando ricchezza prodotta in fasi precedenti della nostra storia economica, e la rete delle Piccole e Medie Imprese rischia di rimanere intrappolata in un circolo vizioso: se riesce a fare maggiori esportazioni, allora produce sovraredditi che permettono non la crescita, ma il mantenimento, al netto delle tasse, degli attuali livelli di consumo; se invece non si internazionalizza, allora deve rivolgersi al mercato interno, sempre più evanescente e meno dotato di mezzi.
L’operazione detta “tangentopoli” ha portato, a parte la trasformazione parziale della classe politica e la “rettifica dei Nomi”, come accadde nell’antichità cinese, per alcuni partiti di massa, ad un modello di sviluppo economico che oggi deve essere ripensato.
Tangentopoli ha significato la svendita, all’estero o a gruppi nazionali “amici” dei nuovi partiti politici, di gran parte degli asset italiani per la grande e media industria, sia pubblica che privata. La vecchia tangente era diventata la cedola unica per la privatizzazione o per l’acquisizione di aziende italiane da parte di investitori esteri. Un colpo solo, e poi niente taglieggiamenti. Poi “partiti leggeri” o magari di plastica, che costano meno, sia agli imprenditori che alle potenze estere che prima li sostenevano.
Era l’accettazione della sfida portata ad un mercato ancora chiuso, come quello italiano, da parte dei nuovi paesi dell’Est europeo appena fuoriusciti dalla mano d’acciaio dell’URSS. Non a caso tangentopoli si fuse con l’annosa “questione comunista” in Italia.
La nuova classe politica si finanziava, così, sui trasferimenti agli Enti Locali e sulle transazioni verso i grandi mercati globalizzati post- guerra fredda.
Si lasciava spazio alle Piccole e Medie Imprese, che potevano espandersi nei mercati, soprattutto interni, dove prima operavano i grandi gruppi.
La piccola e media industria era, in parte, capace di abbattere i suoi costi con l’evasione fiscale e il trasferimento delle lavorazioni nei Paesi marginali (era la fase “rumena” del capitalismo italiano) e in parte poteva costruirsi mercati stabili con l’eccellenza nei prodotti.
Nasceva in quegli anni il modello (per usare l’espressione di un mio vecchio amico banchiere) dell’”Italia della ristorazione e del benessere”, senza la fatica dei mercati globali e della gestione dei grandi flussi finanziari e commerciali. Un “fermate il mondo voglio scendere” in cui l’Italia rimaneva stabile ma marginale rispetto al mercato-mondo. Ora, questo modello non va più. La piccola e media impresa, il “distretto industriale” idolatrato da certi economisti bolognesi, non sostengono più il mercato interno, e non riescono a internazionalizzarsi, tanto da far ricominciare la crescita dei redditi degli italiani.
Occorre ripensare al modello economico “piccolo è bello”, un pò provinciale e retorico, che ci siamo scelti dopo la crisi di tangentopoli, che ha tagliato la testa di molti politici italiani e soprattutto di molte grandi imprese italiane – e i primi erano l’effetto delle seconde.
Intanto, anche nel settore del terziario, avanzano i Paesi della riva sud del Mediterraneo, che acquisiscono molti fondi UE, hanno una classe politica i cui appetiti vengono tenuti a freno dal potere centrale, e non hanno i vincoli monetari dell’area Euro.
Sono loro che faranno il “piccolo è bello” in cui l’Italia si era incuneata dopo Tangentopoli.
E noi, intanto, avremo gli usi e i consumi di un Paese del G8 e i redditi e le potenzialità industriali di un Paese “in via di sviluppo”. E una scuola incapace di addestrare al lavoro e allo studio seri.
Se vuoi distruggere un Paese, mina la formazione della sua classe dirigente. Era il consiglio di Wen Jabao, quando dirigeva il Partito Comunista Cinese in Tibet. E infatti il Paese dei lama fu inondato da discoteche e sesso a gogò, come un quartiere a luci rosse nordeuropeo. Tagliate le radici, non resterà più nulla.
[18 luglio 2008]

