Quelli che intuirono il colpo di stato

Il racconto vero della fuga in Austria come nel film "I primi della lista"
di Alessandro Agostinelli

Pino Masi si sposta tra piazza dei Miracoli e le osterie di Santa Maria. Gira con la sua chitarra e canta. Poi chiede o accetta le offerte degli spiccioli di pisani, turisti, studenti. Da vari anni il cantastorie di Lotta Continua, che ha lavorato con Dario Fo e Pier Paolo Pasolini, ha fatto della coerenza politica lo strumento della sua povertà materiale. E pensare che Pino Masi, nei Settanta era l’idolo di milioni di giovani extraparlamentari e simpatizzanti di sinistra che ascoltavano le sue canzoni di lotta come l’Inno di Lotta Continua, la Ballata di Pinelli e La violenza. Pino era l’idolo anche di due diciottenni smaniosi di suonare con lui nel Canzoniere del Proletariato, Renzo Lulli e Fabio Gismondi, che insieme al Masi, il primo giugno del 1970 scapparono dall’Italia su una 500 color avana targata PI 126008 per sfuggire, secondo loro, all’imminente colpo di stato delle “forze reazionarie borghesi”.
Oggi questa storia è raccontata nel film di Roan Johnson I primi della lista. Il film nasce dal soggetto di Renzo Lulli che insieme al regista ha provato ad affrontare in chiave picaresca un momento di forte tensione del nostro Paese.
“Erano i primi giorni di giugno, a ridosso della festa della Repubblica. I dirigenti nazionali di Lotta Continua – dice Renzo Lulli, seduto a un tavolo del glorioso Bar Salvini, sulle Piagge a Pisa – fecero avvisare tutti i militanti di andare via da casa e dormire fuori per almeno tre notti, perché era giunta voce che fosse stato organizzato un golpe militare per prendere il potere con la forza e bloccare i movimenti rivoluzionari italiani. Anche il PCI era allerta in quei giorni: molti compagni dormirono nelle federazioni, presidiandole con le armi”.
Pino Masi spiega che la situazione era molto tesa: “Pensavo di essere tra i più esposti per la polizia, perché avevo inciso la canzone dedicata all’anarchico Pinelli che a dicembre del 1969 era ‘volato’ giù dal quarto piano della questura di Milano. Il Sofri diceva che ci stavano cercando. Nasce in questo contesto sociale così conflittuale la decisione di espatriare”.
Il Masi aveva alcuni amici a Vienna e voleva andarsene là; il Lulli e il Gismondi sarebbero andati ovunque, bastava di suonare con Pino. “Alle cinque del pomeriggio – dice Lulli – sapemmo dell’ipotesi del colpo di Stato. Un quarto d’ora dopo eravamo già latitanti. Verso mezzanotte eravamo al confine con la Jugoslavia. Avevamo pensato di spostarci nell’altra parte del Mondo, quella comunista, ma appena vedemmo i fili spinati al confine, le torrette di guardia, i militari di Tito armati cambiammo subito idea. Così deviammo a nord e all’alba eravamo al confine con l’Austria”.
Lì, il Gismondi aveva il documento scaduto, e i carabinieri italiani alla frontiera si insospettirono. Renzo Lulli che guidava la 500 del babbo, ingranò la prima e scappò verso la parte austriaca. I carabinieri italiani li inseguirono a piedi con le armi spianate. I tre pisani di LC mollarono l’auto accesa e infilarono dentro al gabbiotto dei militari austriaci. Arrivarono i carabinieri. Il Masi scappò verso il primo paese austriaco, il Gismondi si affidò al poliziotto austriaco, il Lulli si lanciò di sotto da una scarpata e si dette alla macchia. La questione diventò immediatamente un affare di stato. Il governo austriaco chiese spiegazioni all’allora Ministro degli Esteri Aldo Moro che dovette scusarsi per l’invasione dei carabinieri in territorio austriaco. E il fatto servì per cominciare a risolvere i contenziosi che dal 1918 non erano ancora stati affrontati tra Italia e Austria.
Era il 2 giugno 1970. Masi e Gismondi erano insieme alla polizia austriaca alla ricerca di Renzo Lulli, che fu ritrovato in un granaio vicino al confine. I tre ragazzi si fecero dieci giorni di galera in Austria e poi furono rispediti a Pisa, perché in Italia non c’era nessun colpo di stato e loro non avevano le caratteristiche dei rifugiati politici.
Il colpo di stato però non tardò a fare capolino. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 Junio Valerio Borghese (già comandante fascista della X Mas) tentò un golpe che rientrò subito per circostanze ancora oscure.
“Noi avevamo capito qualcosa – dice Lulli – forse non razionalmente, ma certo si intuiva che tirava una brutta aria. E non posso escludere che il golpe del giugno 1970 di cui ci avevano avvisato i compagni non sia rientrato per il casino che abbiamo combinato noi. Fatto sta che il colpo di stato poi l’hanno tentato lo stesso”.
“Sì – conferma Pino Masi – dicono che il golpe Borghese andò male, ma solo perché la Massoneria ordinaria e il piano Gelli avevano capito che si poteva guastare la democrazia italiana senza fare come i colonnelli in Grecia, senza la violenza armata degli ex repubblichini. E la telecrazia che ci governa oggi è il frutto di quei piani scellerati dei reazionari più volgari di quegli anni”.
E oggi per i reduci come loro la vita italiana non è affatto comoda. Fabio Gismondi fa il fotografo. Renzo Lulli vive da quindici anni a Essaouira in Marocco dove è diventato uno scultore affermato. Nella sua vita ha sempre viaggiato e a metà degli anni Novanta ha fatto l’operaio in una fonderia artistica nell’East Village, a New York, dove modellava le opere di importanti artisti come lo scultore di conigli Barry Flanagan.
Pino Masi è costretto a cantare per strada, dopo anni di gloria e altri anni in Sicilia, nella comunità Saman con Mauro Rostagno, fino a quando non fu assassinato dalla mafia. Dopo, il cantastorie di LC ha collaborato con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, in Palestina, in Afghanistan e in Iraq. Oggi dice: “Non vorrei che si mettesse in ridicolo la tensione ideale e il clima pesante degli anni Settanta. La storia della fuga in Austria non era solo una vicenda picaresca e oggi potrebbe essere facile sminuire il rischio e la bellezza di tutto quello che è successo in quegli anni”.
Sono loro, ancora oggi, a portarsi comunque dietro questa storia giovanile e cruda fin da allora. Tanto che Renzo Lulli, quando nel 1971 arrivò alla sede di LC a Milano, dove era andato a studiare, fu incaricato da un compagno di fare segreteria in sezione, ma uno dei capi nazionali di LC, Giorgio Pietrostefani disse: “Macché sezione, il Lulli va alle fabbriche. Deve scontare l’Austria”.
 
 
QUELLI DI LOTTA CONTINUA
Lotta Continua nasce a Pisa nel 1969 come movimento politico di ispirazione marxista-leninista ed è guidato dal leader fondatore Adriano Sofri, che studiava alla Scuola Normale Superiore insieme a Gianmario Cazzaniga, Adriano Prosperi, Umberto Carpi, Carlo Ginzburg. Insieme a Sofri guidavano LC Giorgio Pietrostefani, Marco Boato, Guido Viale, Mauro Rostagno, Paolo Brogi, Carla Melazzini e Cesare Moreno. Nato come costola scissionista de “Il Potere Operaio pisano” (coordinato da Luciano della Mea) Lotta Continua assurge in pochissimo tempo a movimento nazionale della sinistra extraparlamentare più diffuso in tutto il Paese. Dopo il suo scioglimento, nel 1976, alcuni militanti dettero vita al gruppo terroristico Prima Linea. Dagli anni Ottanta è stato il movimento che più di altri ha dato all’Italia tanti personaggi che si sono conquistati con determinazione posti di rilievo, soprattutto nel campo della politica e della comunicazione, sia di destra sia di sinistra.
Nel 1997 Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, pur dichiarandosi innocenti, sono condannati a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Ecco alcuni protagonisti di Lotta Continua:
Ovidio Bompressi, nel 1997 si consegnò al carcere Don Bosco di Pisa insieme ad Adriano Sofri. Condannato in via definitiva per l’omicidio Calabresi. Nel 2006 ha ricevuto la grazia dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Giorgio Pietrostefani al momento della condanna scappò a Parigi come rifugiato politico. Vive in Francia.
Mauro Rostagno, ucciso in un attentato mafioso vicino Trapani, era il fondatore della comunità di recupero per persone disagiate Saman, ancora oggi attiva vicino a Valderice, in Sicilia.
Guido Viale è economista molto attento ai temi ambientali.
Marco Boato, dirigente dei Verdi e docente universitario di sociologia. È stato deputato per varie legislature.
Marino Sinibaldi è direttore di Radio 3 Rai.
Gad Lerner è conduttore televisivo con L’Infedele su La7.
Claudio Rinaldi, fu direttore di tre settimanali italiani: L’Europeo, Panorama, L’Espresso. È morto nel 2007.
Alexander Langer, fu uno dei fondatori dei Verdi italiani. È morto nel 1995.
Luigi Bobbio, politologo e docente a Scienze Politiche a Torino.
Gianfranco Bettin scrittore e politico di sinistra.
Roberto Briglia, direttore generale periodici Mondadori.
Toni Capuozzo, giornalista al Tg5.
Paolo Cento, politico e ambientalista.
Giovanni Luna, docente di storia a Torino.
Enrico Deaglio, laureato in medicina. Giornalista e scrittore.
Steve della Casa, critico cinematografico.
Erri de Luca, scrittore.
Marco Donat-Cattin, si legò al terrorismo rosso. Morì in un incidente stradale.
Giovanni Lindo Ferretti, cantante e scrittore.
Peter Freeman, giornalista.
Vincenzo Gallo, conosciuto col nome di Vincino è uno dei maggiori vignettisti italiani.
Gianfranco Micciché, politico italiano di centrodestra.
Paolo Liguori, giornalista, direttore di TgCom a Mediaset.
Giampiero Mughini, giornalista sportivo.
Carlo Panella, giornalista al Foglio di Giuliano Ferrara.
Peppino Ortoleva, docente di storia e teoria dei mezzi di comunicazione a Torino.
Lidia Ravera, scrittrice e giornalista.
Marco Revelli, storico della politica.
Marco Rizzo, deputato dei Comunisti italiani.
Roberto Morini, giornalista.
Luigi Manconi, politico di sinistra.