Restare nell'Euro

di Marco Giaconi

Chiariamo subito una cosa: chi vuole l’uscita dell’Italia dall’Euro si prenda anche la responsabilità di proporre una nuova lira che varrà, secondo gli studi dell’UBS zurighese, almeno il 20% dell’Euro, e quindi si dovranno ripagare i debiti denominati in Euro ricaricati del 20%. Ed è probabile, inoltre, un ulteriore apprezzamento dell’Euro, facciamo del 12%, sempre secondo gli “gnomi” di Paradeplatz, proprio sopra una nota cioccolateria. E allora la somma reale è 20%+12%. Per quanto riguarda la capacità di “stampare moneta propria”, come qualcuno ha affermato, le banche centrali oggi fanno tre cose: gestiscono i tassi di interesse, definiscono le riserve necessarie all’attività creditizia, e soprattutto fanno da “prestatore di ultima istanza” per le loro banche in periodi di crisi o di diffusa insolvenza.
Le banche centrali, poi, creano liquidità gestendo i titoli del debito pubblico e altri titoli (oltre alle riserve auree) e, sulla base di queste liabilities, creano denaro “out of the thin air”, dall’aria sottile, facendo stampare cartamoneta senza interessi (ma c’è una piccola tassa di produzione) e vendendole al pubblico, tramite le banche, in cambio di titoli a termine e a interesse e, soprattutto, in cambio di titoli di debito pubblico.
È del tutto irrilevante quindi chi materialmente stampi la cartamoneta filigranata, che infatti, nell’area euro, viene decisa nella sua massa, ma non completamente, dalla BCE di Francoforte, e viene poi fisicamente stampata dalle zecche e dai poligrafici (e in qualche caso da privati, 17 sono autorizzati in zona Euro) delle banche centrali dell’Eurozona.
Se poi la Banca d’Italia volesse stampare la sua nuova moneta, dovrebbe acquisire gran parte dei titoli di debito pubblico, valorizzarli, e creare una base monetaria nuova per il circolante della “nuova Lira” la quale, essendo più “bassa” dell’Euro, si troverebbe a circolare molto meno della moneta europea, e a essere stampata in quantità ben minori. Con rischi colossali di deflazione ulteriore.
Per ulteriore chiarimento, il concetto di “prestatore di ultima istanza”, ruolo che già ogni banca centrale svolge con le aziende di credito del suo Paese, è cosa ben diversa dall’autonomia di definizione del circolante.
Il Lender of last resort è quella istituzione finanziaria che fa credito quando nessun altro è disposto a farlo. E quindi, per una banca centrale, si tratta di essere capace di generare liquidità da immettere sui mercati quando nessuno è intenzionato a farlo. E qui ci si scontra con la teorica dell’uscita dall’euro e della creazione di una nuova Lira, che sarebbe svalutata rispetto all’Euro e quindi genererebbe una fuga di capitali dalla sua area verso quelle a maggiore stabilità e redditività dei depositi. L’esatto contrario di quello che si voleva.
La questione è, secondo i teorici della “nuova liretta”, quella che, con una moneta a basso valore comparato, si entrerebbe, a prezzi stracciati, in mercati nei quali i Paesi a moneta forte avrebbero ben maggiori difficoltà ad entrare.
Paolo Baffi ce lo ripeteva sempre, che con l’Euro l’Italia non avrebbe retto alla concorrenza internazionale perché troppo abituata alle svalutazioni competitive ripetute.
Ma che cos’è, propriamente, una svalutazione competitiva? Tecnicamente la si chiama “guerra monetaria”, e è la condizione nella quale i Paesi si fanno concorrenza tra loro manipolando al ribasso il tasso di cambio della loro valuta.
Se ci sono costrizioni monetarie internazionali, come è il nostro caso, via Fondo Monetario e Banca Mondiale, l’unico modo di fare le svalutazioni competitive è il quantitative easing, ovvero, fuor di metafora scientifica, l’ordine all’ente di emissione cartacea di stampare più banconote che si può out of the thin air. Bernanke e Obama, dopo la crisi USA del 2008, hanno fatto proprio questo, e lo stesso sta facendo la BCE di Mario Draghi la quale, secondo alcuni analisti, sta generando “carta” tanto da portare, a breve, ad una inflazione del 6%.
Di solito, la svalutazione di una moneta genera un aumento corrispettivo per almeno un’altra moneta. Ma la previsione è difficile, prima del quantitative easing.
Ma sarebbe oggi razionale prendersi quote di mercato con questa tecnica di breve durata e tutta finanziaria? Vediamo: i prezzi dei beni esportati dipendono dalla produttività. Rispetto al 2000, l’Italia ha diminuito la sua produttività media del lavoro nell’Europa a 27, insieme a Lussemburgo, Francia, Danimarca e Germania. Invecchiamento della popolazione, tecnologie mature e ormai fuori mercato, scarsa qualificazione della manodopera, ecco i motivi. Ma questo vuol dire che, se utilizzassimo solo la svalutazione competitiva, che peraltro non ci sarebbe permesso fare (già mi immagino le speculazioni al ribasso sulla Nuova Lira da parte dei nostri partners europei) non saremmo in grado di competere né con la Germania né con la Francia, che hanno situazioni simili. E allora sarebbe vana la lotta all’ultimo mercato estero disponibile, la vittoria sarebbe dei nostri amici tedeschi e francesi indipendentemente dalle svalutazioni competitive, che peraltro farebbero aumentare i prezzi in Patria.
Se c’è una cosa che proprio non vogliono, Brasile, Cina, Russia e India (i famosi BRICs) è proprio la guerra monetaria, che impedirebbero bloccando, con barriere non tariffarie, i beni di quei paesi che intendessero giocare alla svalutazione competitiva aumentando artificialmente il tasso di cambio delle loro divise, che per loro, nuovi global exporters (il Brasile è il leader mondiale dell’esportazione di cibo, la Russia è tra i maggiori esportatori di gas e petrolio) sarebbe come la peste.
E, per dirla tutta, dovremo fare concorrenza con i Paesi delle “primavere arabe”, che si stanno adeguando alla export economy, e che hanno costi del lavoro e dei materiali, per non parlare di alcune materie prime, che noi non riusciremo mai a eguagliare, nemmeno se la nostra “nuova lira” diventasse come il marco tedesco all’epoca della Repubblica di Weimar, dove il prezzo di un piatto, in un ristorante, aumentava mentre lo si consumava. Quindi: chiusura dei BRICs, che ce la farebbero pagare cara, e concorrenza imbattibile dei nuovi paesi mediterranei, contro i quali, sul piano dei prezzi, non c’è gara. E allora dove esporteremmo? Nelle Comore?
Un’ultima annotazione. Se arrivassimo a una “liretta”, dovremmo pagare il petrolio e il gas a costi unitari ben più elevati di quelli attuali, perché dovremo comprare dollari per acquistarli a pessime condizioni di cambio. Ecco cosa accade quando non si studia, caro Cavaliere.

[25 giugno 2012]