Ridere o non ridere...
Ormai è passata una settimana da quando la magistratura di Firenze ha tirato fuori il caso Bertolaso. Sono rimasto intontito per tutti questi giorni, leggendo i dialoghi delle intercettazioni, seguendo i dibattiti televisivi sull’argomento (ottimo quello di Lerner a L’infedele; piatto quello di Floris a Ballarò, pur con Bertolaso in scena), commentando dal vivo le cause e le conseguenze di tali notizie.
Ma alla fine ciò che, come ai più, mi ha martellato il cervello è quello che rideva nel letto quando il terremoto de L’Aquila sventrava a morte una città e uccideva tanti dei suoi abitanti. E lo faceva così duramente perché, tanti di quelli come la bestia che rideva, avevano costruito edifici risparmiando sulle fondamenta, lucrando sui materiali, infischiandosene così di studenti, famiglie, militari, persone che avrebbero occupato quegli edifici.
Però, in fondo, quelle risate non sono soltanto indice di una personalità malefica o disturbata. Più propriamente esprimono l’epoca che viviamo; sono il paradigma di un’Italia corrotta e malata, di un esempio pubblico che cade dall’alto come un cattivo maestro. Non c’è quindi da scandalizzarsi di questo atteggiamento personale (cioè che sta dentro una telefonata privata) poiché è soltanto la piena espressione dei modi che ormai da quindici anni imperversano nel nostro Paese: spregio delle istituzioni pubbliche, svuotamento dei sistemi di controllo, performatività ed efficientismo oltre e contro le regole.
Se non fosse così, non ci sarebbe questo stuolo di concause amorali da varietà, come le mignotte scambiate per masssaggiatrici, gli affari di famiglia mescolati alla politica, l’uso improprio e perverso del potere.
E infine, tutto il dramma di un’indagine che sarà spostata da Firenze; magistrati bloccati e infamati; un’istituto, quello della Protezione Civile, che agisce maldestramente mentre ha a che fare con la vita dei cittadini.
[18 febbraio 2010]


