Riforma Costituzionale
Le Costituzioni non sono dettate da roveti ardenti, né scendono dal Sinai secondo quanto raccontava Mel Brooks nel suo delizioso film La pazza storia del mondo, in cui Mosè inciampa, cade la terza lastra di scritti e subito dichiara: "ecco i quindic…ecco i dieci comandamenti".
No, non è questo il modo di semplificare le Leggi Fondamentali.
Nel caso italiano, la vera ossessione delle recenti riforme è stata il federalismo. Vedremo cosa vuol dire, e soprattutto cosa potrebbe produrre, a seconda di come viene interpretato.
Il centro-sinistra, con la modifica del Titolo V della Costituzione, ha posto a "legislazione concorrente", ovvero parallela tra Stato e Regioni una massa di materie che va dai rapporti internazionali (!) a quelli con l'Unione, dal commercio con l'estero, alla ricerca scientifica per l'innovazione, dalla alimentazione all'ordinamento sportivo, dagli enti di credito fondiario alle casse di risparmio, dalla scuola alla sicurezza territoriale, e molto di più, definendo quindi che "nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato (art. 117).
Finora, la Legislazione "concorrente", oltre ad essere lenta e farraginosa, ha creato un vero e proprio record di ricorsi alla Corte Costituzionale, che hanno di fatto bloccato l'attività governativa e mantenuto una immensa serie di centri di spesa autonomi che possono mandare a picco qualsiasi finanza pubblica, con o senza il controllo degli aumenti delle spese ministeriali introdotti da Siniscalco e autorevolmente confermati, con sana durezza, dall'attuale ministro di centro-sinistra Padoa-Schioppa.
Il federalismo è un problema di quattrini, e soprattutto è quindi quello detto "fiscale", che si rifà direttamente all'art. 119 della Costituzione repubblicana, riformato nel 2001 nel quadro della modifica del Titolo V voluta dal centro-sinistra, che intende definire il sistema di finanziamento degli Enti locali territoriali.
L'attuale art. 119 modificato stabilisce che le "regioni, i comuni e le province hanno "autonomia finanziaria di entrata e di spesa… hanno risorse autonome…stabiliscono ed applicano tributi propri".
Sono mancate, finora, proposte ragionevoli, dalle due sponde politiche, su come mettere insieme la responsabilità fiscale degli Enti sul territorio e i necessari trasferimenti al Centro.
È ovvio: da quando è apparsa la Lega all'orizzonte politico, con il suo pacchetto di voti capace di modificare le maggioranze con un po' di retorica federalista e di chiacchiere sulle autonomie locali, l'unico obiettivo della classe politica è stato quello di inserire una vasta messe di norme sulle autonomie territoriali, come se questo fosse l'unico e il solo problema per l'aggiornamento necessario della Costituzione. Vi ricordate di quel bellissimo libro di Fruttero e Lucentini, La prevalenza del cretino? beh, in politica accade lo stesso.
C'è di più: nel quadro della crisi della finanza pubblica, lo spostamento del carico fiscale maggiore agli enti territoriali permette di evitare la responsabilità politica dell'aumento delle tasse dalle spalle dei parlamentari; e consente al contrario di mettere sotto torchio la classe politica locale, la più visibile per elettori ormai demotivati e spesso del tutto ignari delle reali questioni sul tappeto. Già, ma quali tributi trasferire agli enti locali? Nessuno dei due schieramenti è chiaro su questo punto. Allora tributi nuovi? E come dimostrare che gli uni sostituiscono gli altri, o invece si aggiungono ai vecchi?
La politica-spettacolo funziona quando i votanti sono più tonti del solito.
La proposta della Casa delle Libertà presuppone inoltre, sempre sulla base del federalismo, alcune riforme strutturali dell'esecutivo e della Presidenza della Repubblica. Il Senato, intanto, diviene "federale", è ridotto a 252 membri eletti contestualmente ai loro consigli regionali di provenienza, e viene integrato, ma senza diritto di voto, dai rappresentanti (quanti? Non si dice) delle autonomie locali.
Il problema tecnico è allora:
a) se c'è già il federalismo fiscale, che ce ne facciamo di un "Senato delle Regioni";
b) che ci fanno i rappresentanti senza diritto di voto, quando ci sono i loro omologhi eletti regolarmente nei collegi regionali;
c) se si cambia il numero dei senatori, occorre ridisegnare tutti i collegi elettorali, altrimenti la distribuzione dei resti elettorali sulle liste porta a paradossi e deformazioni gravi della volontà elettorale.
La Casa delle Libertà intende anche riformare il Titolo II della Costituzione, quello relativo alla Presidenza della Repubblica. Egli è il garante dell'"unità federale della Repubblica" (art.26. mod.) e decreta lo scioglimento delle Camere anche su diretta richiesta del Primo Ministro. Il Governo (art. 92) viene presieduto dal Primo Ministro che è eletto tramite collegamento con i candidati o con più liste di candidati all'elezione nella Camera dei Deputati, e il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni della Camera dei Deputati, nomina il Primo Ministro. Ma allora, se è così importante il "Senato delle Regioni", perché collegare il Governo e il Primo Ministro alle sole liste presentate alla Camera dei Deputati? E un Primo Ministro non "passato" dal Senato "delle Regioni" potrà controllarlo politicamente?
I ministri, inoltre, secondo l'art.95 modificato del Progetto del Polo, sono nominati e revocati dal Primo Ministro, mentre i ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio e individualmente degli Atti dei loro dicasteri.
E dove è andata a finire l'ottima idea di Bettino Craxi di avere un "Consiglio di Gabinetto" con i Ministri più importanti, e magari meno loquaci? Sulla finanza locale, sulla base del vecchio art. 118 Cost., si attribuiscono poteri esclusivi nei settori della Sanità, della produzione e distribuzione dell'Energia, dell'organizzazione scolastica, sulla definizione dei programmi scolastici, per la polizia amministrativa.
Guarda caso, proprio le spese che lo Stato non riesce più a controllare e che, se attribuite al Centro, porterebbero rapidamente alla "crisi fiscale dello Stato".
Ma le Regioni sono davvero interessate al controllo della spesa, o invece, nella farraginosità delle norme, potranno continuare a spendere con finalità elettorali, e far pagare gran parte delle spese al Centro salvo poi accusarlo di scarsa "attenzione al federalismo?".
Perché mai una classe politica irresponsabile dovrebbe produrre, per gemmazione, una élite di rappresentati regionali pensosi del Bene Comune e allievi pedissequi di Quintino Sella e della lira giolittiana che "faceva aggio sull'oro"?
E chi l'ha detto che la fiscalità regionale sia per forza migliore e meglio controllabile di quella centrale, comunque ormai fuori controllo? Quale meccanismo di valutazione peraltro presente nell'ordinamento nazionale, è previsto per la correttezza delle spese regionali, salvo la verifica ex post di una sempre più incavolata Corte dei Conti?
Insomma, con il federalismo si vuole attribuire un carico di spesa autonoma, e su materie poco "elastiche" (sanità, scuola) agli Enti Locali, che si sono dimostrati da tempo uno dei fallimenti più marchiani della storia della Repubblica.
Come già sosteneva Paolo Rossi, uno dei Padri della Costituzione (e uomo della sinistra democratica) le Regioni, intanto, non si possono definire con ragionevolezza nei confini.
Molte aree produttive, oggi, stanno poi a metà di vecchie regioni: il ciclo del mobile tra Veneto e Friuli, quello delle piastrelle tra Emilia e Marche, per non parlare delle aziende del cuneese, integrate nella filiera del nord ligure e, spesso, della confinante Francia.
Poi, la classe politica delle Regioni, luogo di parcheggio per amanti e ceto politico intermedio dei partiti impresentabile perfino al Parlamento, è stata gonfiata portando a costi che sono, quelli sì, scandalosamente inutili quanto e forse più di quelli dell'esecrato Stato "centralista".
E, per dirla proprio tutta, sono state proprio le Regioni, arrivate alla loro piena potestà di spesa, a innescare la crescita senza controllo del debito pubblico, si vede benissimo dalle serie storiche della statistica sulle Uscite dei Ministeri competenti.
E perché mai dovrebbero cessare di spendere, visto che inoltre hanno deleghe sulle spese "anelastiche", quelle che non possono non salire: la sanità, la scuola, l'energia, che saranno gestite con criteri che, a giudicare dalle proposte attuali, non promettono niente di buono.
Una scuola regionalizzata vuol dire formare studenti che, magari, sapranno tutto delle Pasque Veronesi se veneti, ma non avranno alcuna idea della Storia Nazionale, della lingua nazionale, e nei casi migliori saranno adatti a seguire i cicli lavorativi del loro paesello, e risulteranno, come malati terminali, intrasportabili, aumentando i costi della macchina del welfare. E certo saranno impossibili da trasferire in Austria, se veneti, o in Francia se piemontesi.
Una sanità completamente regionalizzata significa un costo burocratico aggiuntivo da replicare per ogni rete locale, per non parlare delle mafie ospedaliere e universitarie, e dei concorsi con labili controlli.
E le reti energetiche, dovrebbero forse adattarsi a prezzi finali diversi, a seconda delle regioni che una infrastruttura di distribuzione attraversa?
E che fine faranno tutti quei carrozzoni burocratici come le Comunità Montane, le Associazioni di Comuni, le aree Omogenee, e tutte le altre fantasiose macchine inutili della burocrazia locale, meno divertenti ma certo più costose di quelle macchine folli che costruivano Bruno Munari e Tinguely? Non se ne parla nelle proposte pubblicate da entrambi i Poli.
Insomma, la regionalizzazione di un paese significa, pressappoco, la sua sconfitta definitiva nel meccanismo della distribuzione del lavoro mondiale, nella quale l'Italia, se si materializzerà l'ossessione federalista della nostra insipiente classe politica (di entrambi i Poli) non potrà che adattarsi ai livelli più bassi.
E pensare che si poteva fare qualcosa di diverso: le Regioni non servono più, nella economia globale funzionano le grandi aggregazioni (i mega-stati o i grandi stati-nazione) o le piccole aree, da unificare su progetti che hanno un nome, una fine, uno scopo e un tempo; spesso limitatissimo. E noi, qui, a raddoppiare, con la scusa di semplificare la burocrazia e responsabilizzare la classe politica, a raddoppiare dicevo proprio quella classe politica che si trastulla con queste sciocchezze bipartisan mentre il Medio Oriente ribolle, l'Iran minaccia di chiudere il Golfo Persico (e noi viviamo ancora di petrolio) la Germania ha esternalizzato il suo apparato produttivo ad est e stanno arrivando sul mercato le nuove tecnologie, il cui possesso garantirà la presenza dei Paesi nella parte ricca del "primo mondo".
Ci consoleremo con lo studio attento degli archivi, locali naturalmente.


