Rimetti a noi i nostri debiti
Gli ultimi dati della Financial Stability Review della Banca Centrale Europea, pubblicati pochissimi giorni fa, sono tutt’altro che ottimistici. Malgrado le robuste iniezioni di liquidità dovute alla crisi greca, mancano 195 miliardi di Euro, per chiudere le posizioni passive a breve e medio termine, di cui 90 mld. entro la fine del 2010. Le banche centrali delle aree di crisi, Portogallo, Grecia, Spagna, dipendono, per la loro liquidità, esclusivamente dai trasferimenti della BCE, e tutte le banche dell’area Euro, entro il 2012, dovranno rifinanziare debiti a lunga scadenza in esito per circa 800 miliardi.
Inoltre, i mercati internazionali (che non sono solo speculatori, sia ben chiaro) sanno benissimo che il merito di credito delle banche dipende esclusivamente dai soldi pubblici che sono serviti a allontanare il rischio di default. Gli USA, dopo la crisi di Wall Street e il fallimento di Lehman Brothers, peraltro collegato al rifiuto della JP Morgan di “ridare indietro” la liquidità che la Lehman aveva spostato su quella banca, hanno costretto le loro banche in crisi a un alto livello di rendimento dei titoli e dei depositi, che sta tranquillizzando i mercati e con il costo dell’acquisizione di fondi governativi, da parte delle banche USA, ridotto a zero, in cambio di una forte redditività a breve dei trasferimenti governativi.
Le banche spagnole e portoghesi sono isolate, oggi, dai trasferimenti interbancari europei, mentre anche le banche dell’area “forte” dell’Euro hanno subito un aumento di costi per l’acquisizione di denaro fresco che non permette rendimenti di rilievo, che potrebbero innescare un ritorno di fiamma di quella che molti commentatori italiani chiamano, con una punta di ingenuità, l’”economia reale”.
La BCE può fare solo una cosa, e la fa: acquista titoli pubblici a costo fisso e a piè di lista, il che vuol dire, in soldoni, che è la BCE a finanziare direttamente i debiti pubblici dell’area Euro.
Ma, se si rifinanzia il debito pubblico, dando in garanzia i bonds sovrani alla Banca Centrale Europea, le banche si rifinanziano senza problemi ma, poi, siamo sicuri che il mercato “beva” i titoli in garanzia alla BCE, e al prezzo necessario per il realizzo del netto ricavo?
Oggi, secondo gli ultimi dati, i crediti a garanzia dei governi Euro sono in totale 440 miliardi, mentre il Fondo Monetario Internazionale può intervenire per 250 miliardi di Euro, oltre ai 110 già stanziati per la Grecia. Il “fondo di emergenza” così organizzato dura due anni, e si aggiungeranno altri 60 miliardi di Euro di assistenza raccolti attraverso le obbligazioni emesse dalla Commissione Europea.
La BCE potrà acquisire titoli dei Paesi dell’area Euro in fasi critiche, ovvero potrà vendere titoli “buoni”, ad alto reddito, vendendo titoli tedeschi e quindi operando, nel mercato dei buoni di Stato, secondo la regola classica della “moneta cattiva che scaccia quella buona”.
Se quindi la crisi continua, i titoli in garanzia perderanno valore, e si innescherà una situazione di default diffuso, visto che comincerà a scarseggiare la liquidità per compiere i salvataggi più grandi o dei paesi Euro a maggiore produttività.
Sul piano politico, questa situazione può voler dire due cose: si va inevitabilmente verso lo smantellamento progressivo dello Stato Sociale, che non è più finanziariamente sostenibile da nessuno in UE. Una sostanziale “americanizzazione” delle società europee, che avverrà proprio nel momento di maggiore crisi dei redditi e di restringimento dell’occupazione.
La progressiva autodistruzione dello Stato Sociale porterà con sé il secondo effetto strutturale; la crisi delle forze politiche che, soprattutto in Italia (ma non solo) vivono di voto di scambio, spesso del tutto legale. Io ti sostengo il reddito, o ti diminuisco le tasse, tu mi dai il voto. Chi scrive, scusandosi dell’autocitazione, lo aveva previsto nel suo “il costo della politica” (Franco Angeli Editore, 2006, 18 Euro).
Se gli USA sosterranno l’Euro, come Obama ha mostrato di voler fare, non è per carità atlantica: gli americani temono un Euro troppo “basso” che traini le esportazioni dell’UE e che quindi ostacoli, o addirittura blocchi, la crescita USA che si sta affacciando sui mercati. La Cina, malgrado le osservazioni pertinenti della “Fondazione Italia-Cina” e del suo presidente Cesare Romiti, mostra ancora scarso interesse per il mercato finanziario UE, al quale preferisce i più solidi “Treasury bonds” americani, di cui possiede circa un terzo dell’intera emissione disponibile sul mercato mondiale. Quindi, Pechino comprerà titoli UE, ed avrà interesse a tenerli “alti”, se e solo se, come accade con gli americani, la Cina riesce a gestire un fortissimo surplus commerciale, che non si può fare tutto con la lingerie o le bottiglie di barolo.
Quindi, tanto più la situazione sociale andrà in forte crisi ( i giovani sono disoccupati al 30%, in Italia) tanto più le forze politiche, tutte, avranno necessità, a parte la continua defamation di questo o quel leader, di “comprare” legalmente o illegalmente il voto. Quindi il debito, essendo definito da cause politiche, è in Italia, ma anche nei paesi “forti” dell’Euro, sostanzialmente incomprimibile.
Come uscirne? In ogni caso, ogni soluzione sarà lenta, difficile, sanguinosa e soprattutto dovrà essere creduta dai mercati finanziari globali.
L’Euro è una moneta per modo di dire. Dato che uscire dalla moneta unica sarebbe folle, stupido, suicida per tutti, e massimamente per l’Italia, pensare a nuove monetine nazionali per giocare al gioco delle svalutazioni competitive sui mercati export è, oltre che, appunto, stupido, autodistruttivo.
Le svalutazioni competitive, che hanno fatto la fortuna della sedicente “Prima Repubblica”, si potevano operare perché la Cina era ancora rintontita dalla sua Grande Rivoluzione Culturale e Proletaria, l’URSS era alla frutta e non riusciva, diversamente da oggi, a vendere il suo petrolio, che aveva finanziato, in collegamento con i “compagni” palestinesi e arabi, le piccole “primavere” del regime sovietico, gli USA erano ancora capaci di essere credibilmente lenders of last resort, prestatori di ultima istanza, per il mercato finanziario globale. Con qualche peccatuccio, soprattutto con la Francia (e il ’68 parigino fu anche una operazione USA) . Oggi questo presepe non c’è più.
Se poi ci mettiamo la crescita economica dell’Africa, che sarà il vero campo di gioco della futura crescita globale, allora per l’Italia e, per molti versi l’intera UE, la questione diventa, a parte le analisi monetarie, estremamente seria.
Allora, siccome i paesi UE hanno la stessa moneta, l’Euro, che è molto stabile (ben più del dollaro) ma si fanno la concorrenza per il mercato dei loro titoli di debito sovrano, che sono il vero asset della finanza pubblica, allora si tratta di unificare i mercati del debito nazionale dell’area Euro. Meno concorrenza tra i titoli sovrani dei Paesi UE, che potrebbero essere stabiliti entro una banda di oscillazione prefissata, che i mercati conoscono bene. E’ vero che i mercati finanziari poi vanno a “vedere”, come si fa a poker, se il tasso reale corrisponde a quello nominale, ma in questo caso varrebbe la regole espressa da Keynes: “se ho un debito di un milione con una banca, il problema è mio, se ce l’ho di tre miliardi, il problema è della banca”.
In altri termini, la massa di titoli sovrani denominati in Euro sarebbe talmente elevata da non permettere ai mercati giochi al ribasso pericolosi per le finanze pubbliche UE e, in definitiva, anche per loro.
Inoltre, occorrerebbe acquisire, in un fondo UE, organizzato con un trattato specifico tra i singoli Paesi dell’area Euro, tutti gli asset immobiliari pubblici inutilizzati o comunque di completa proprietà pubblica. Altro che “federalismo demaniale”! Occorre mettere a frutto e monetizzare le proprietà immobiliari pubbliche per sostenere il debito-Euro, magari anche regionale, ma con criteri unificati che siano credibili ai mercati finanziari.
Per ora, ma ci torneremo in un prossimo articolo, le Regioni e i Comuni sono riusciti solo a indebitarsi con “titoli spazzatura” la cui entità totale fa venire i brividi, altro che “trasparenza” e “controllo da parte degli elettori” che sarebbero, chissà per quale magia, più vicini al parlamentare regionale che a quello nazionale. Fesserie. E, se devono far vedere che spendono tanto, e magari bene, le Regioni e i Comuni saranno costretti a indebitarsi ancora di più. Ma il federalismo è l’ultima spiaggia per una classe politica che non può più spendere a livello nazionale, visto che nessuno gli dà più quattrini, anzi, devono “rientrare” presto, e quindi cerca di ripetere il giochino della spesa a livello locale. Buona Fortuna.
[4 giugno 2010]


