Robert Louis Stevenson, ELOGIO DELL’OZIO

“Proprio ora, quando ciascuno è costretto, sotto il pungolo di una legge non scritta che lo accusa di lesa rispettabilità, a intraprendere una qualche lucrativa professione e a impegnarvisi mostrandosi non meno che entusiasta, il richiamo del partito opposto, che si accontenta del necessario e, nel mentre, di restare a guardare e divertirsi, ha un po’ il sapore di una spavalderia o di una guasconata. Eppure non dovrebbe essere così”.
Il mio parere su Robert Louis Stevenson è altissimo. Per me è stato uno dei grandissimi scrittori di sempre. Quindi non me ne vorrete se incenserò anche questo suo librettino dedicato all’elogio dell’ozio. Ha vissuto in un periodo storico che vedeva gli albori della rivoluzione industriale e quindi si apprestava a diventare più o meno quel mondo che, con il degrado che il nostro presente impone, conosciamo adesso e non mi sembra abbia una buona reputazione.
Stevenson faceva parte di una famiglia di ingegneri civili, specializzati nella costruzione di ponti, ma il ragazzo non ne voleva sapere e, nonostante le lamentele del padre, si dedicò ai viaggi e alla scrittura. E che scrittura! L’isola del tesoro, Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde, Il signore di Ballantrae, La freccia nera. E poi si è dedicato ad una saggistica minore, molto minore, che però ha dato luogo a due piccole perle: Il Sermone di Natale e questo Elogio dell’ozio.
Nel primo la morale dello scrittore scozzese è contro ogni moralismo e si fonda su un rinnovato umanesimo; nel secondo il recupero delle filosofie greche dell’atarassia sono rinvigorite da un sano pragmatismo anglosassone, scevro da fideismi e cattolicesimi. Scrive: “Se guardate indietro alla vostra istruzione, sono certo che non vi pentirete delle ore piene, vivaci e istruttive in cui avete marinato la scuola; piuttosto preferireste cancellare certe ore nebulose passate tra veglia e sonno in un’aula scolastica”. Altro che libro Cuore!
Buona parte di questo pamphlet è dedicato ai giovani, alle persone che si stanno per buttare dentro alla vita, e gli inviti sono tutti a seguire vie non tradizionali, non formali, contro tutto ciò che di lì a poco avrebbe reso il mondo meccanizzato, tecnologico, moderno – forse meno umano. “È fuori di dubbio che sarebbe giusto abbandonarsi alla pigrizia in gioventù. Poiché […] la maggior parte dei giovani paga per [gli onori scolastici] un prezzo così caro da ritrovarsi in seguito senza neanche un colpo in canna, facendo ingresso nel mondo già falliti. E lo stesso resta vero per tutto il tempo in cui un giovanotto si istruisce, o sopporta che altri lo educhino”.
In sostanza Stevenson ci dice che la pigrizia non è far nulla, ma fare quello che le classi dirigenti non amano, e cioè che l’ozio ha pari diritto dell’operosità. Ha ragione.
Leggete Stevenson. Leggete tutto quello che ha scritto.
Alessandro Agostinelli


