Roberto Ceccarini, GIORNI MANOMESSI

L’Arcolaio, Forlì, 2008, Euro 13,00
poesia
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Sebbene “Giorni manomessi” sia l’opera prima di Roberto Ceccarini, l’autore da tempo frequenta l’ambiente della scrittura e partecipa attivamente alla divulgazione della parola poetica, in particolare attraverso il blog “Oboesommerso”, probabilmente uno dei più curati fra i fin troppo numerosi siti che in rete si occupano di poesia. Il suo è un debutto che appare dunque frutto di una maturazione lenta e non affrettata, e che si traduce in un libro denso di testi (quasi un centinaio i componimenti del libro) e di significati.

Già nel titolo viene evocata una “manomissione”, una spoliazione dei giorni dal loro primitivo senso e della vita umana dalla sua profondità. Non a caso il libro si apre con una lunga sezione, “La guerra sparita”, in cui il tema centrale è il fenomeno della Resistenza nella Seconda Guerra Mondiale, vissuta anche, ma non solo, attraverso la figura del padre dell’autore. Vengono così a intrecciarsi i ricordi familiari del piano personale con le vicende pubbliche della grande Storia che rende l’uomo spesso indifeso “nella corsa zoppa del secolo”. Non c’è nessuna ricerca di facili effetti nella scrittura di Ceccarini, ma uno sguardo su tanti dolori privati che nel loro accomunarsi finiscono per unire gli uomini in un senso comune di fragilità, rispetto al quale lo stesso vocabolo “Resistenza”, al di là del proprio valore politico, diventa un’azione prima di tutto di necessità etica per continuare a vivere, “mettere la testa fuori, / ascoltare il rumore incerto e solidale del mondo.”
Nelle sezioni successive il centro dell’attenzione si sposta sull’oggi, mantenendo però questa duplicità di punto di vista che ondeggia tra pubblico e privato: il frutto di quella Storia che è stata decenni fa è un oggi caleidoscopico e frammentario, in cui si fatica a trovare un significato che sia diverso dalla “mattina qualunque / di un’esistenza qualunque” che anima la normalità delle giornate. La realtà appare dunque fin troppo ricca di stimoli per poterli cogliere nel loro significato, e davanti a tutto questo il rischio è che il troppo si trasformi in nulla, che si passi “sopra le cose, come gli uccelli / in volo, su case vuote senza volto”. A unire queste sezioni con la prima mi pare che sia di nuovo il senso di una Resistenza umana e necessaria, per cui nella scrittura di Ceccarini la constatazione che “le giornate s’allungano, neutre, come bisce sull’asfalto” non ha come conseguenza né una resa incondizionata, né un’idealistica tensione verso una realtà utopica e diversa. La poesia di Ceccarini descrive il cortocircuito che si è innescato nelle città, nei quartieri, e dato che nessuno è immune prima di tutto nella propria casa; al tempo stesso rappresenta però il primo gesto di consapevolezza, un tempo necessario da prendere perché “redimersi / è una questione di tempo. / chi non ha tempo scompare.” La Resistenza acquista oggi il senso di un’azione privata (lirico ma duro ad esempio questo passo, che intreccia l’individuo alla dimensione di coppia a quella sociale: ”poi svoltammo a sinistra / verso l’alleata periferia. / l’alveare dei palazzi / ci apparve subito imponente, / ad attenderci / come figli di ritorno / da un viaggio al centro della terra. // di fronte a noi, il nostro centro / e tutta la solitudine degli altri.”) ma indispensabile per poter sperare ancora in “un tempo adesivo che in pieno ci riscatti”.
Ben lontana dal proporre un ottimismo a buon mercato, questa poesia è invece la mappatura di un passato di cui abbiamo fatto troppo poca memoria e di un presente che appare come conseguenza di questa stessa assenza di memoria, e si configura come il tentativo riuscito di dare un nome alle cose in mezzo a giorni che spesso sono “discariche di nomi e cognomi”, il tutto con una profondità di sguardo che spesso si apre verso illuminazioni sorprendenti e nuovi punti di vista. In particolare, con un linguaggio piano anche se non banale, ciò che stupisce di Ceccarini è la capacità di indagare sugli oggetti, come se essi avessero un’esistenza propria che in qualche modo svela anche la natura di chi li utilizza o li abita, e probabilmente non a caso credo che il vocabolo “cose” sia tra i più utilizzati nel libro. “è la casa a segnare il ritmo / col respiro degli oggetti sugli scaffali, / la metamorfosi di cose che prendono vita / e vivono nei nostri spazi, coi loro tempi”; grazie a questa abilità nell’osservare e rendere in poesia Ceccarini sfugge al rischio che un libro così maturo appaia troppo costruito, regalandogli invece la spontaneità che deriva da un’osservazione non priva di stupore. “ad est, c’è sempre un est nelle cose”, e un est nell’uomo che va cercato come atto dovuto a noi ed alla vita stessa prima che a noi, e di cui questa poesia si fa testimonianza ed azione: “sono venuto per dirti di lasciarmi germogliare, / nel racconto rauco, imprescindibile, delle nostre voci.”

Francesco Tomada