Scenari globali di crisi

di Marco Giaconi

Strategia e economia sono due facce della stessa medaglia: questo dovrebbe aver insegnato la crisi economica che si è abbattuta sul mondo dal settembre 2008. In primo luogo, non si fanno guerre a credito, e le operazioni in Afghanistan e Iraq si sono sommate, nei loro lunghi e imprevedibili costi, al debito pregresso degli USA. L’Iraq, sulla base delle serie comparate dei dati forniti dal Department of Defense USA finora è costato 1.631,6 miliardi di dollari USA, senza contare le spese vive, gli aiuti umanitari, le attività private a sostegno delle forze combattenti USA e Alleate.
Per l’Afghanistan, il costo della guerra al 2009 sarà, nelle previsioni del Pentagono, di 439,8 miliardi di dollari. Con le altre operazioni in corso, si arriva a un costo previsto, entro fine 2009, di 2.172,8 miliardi di dollari. Al 7 aprile 2009, il debito pubblico statunitense era di 11.152.772.833.835,89 di dollari, che nel “World factbook” della CIA significa il 22° al mondo. I titoli statunitensi di debito detenuti all’estero, che finanziano in maniera crescente la politica estera USA e il suo mercato interno, sono detenuti in prima istanza dalla Cina per il 24,7%, dal Giappone per il 20,66%, dai paesi arabi esportatori di petrolio per il 6,06%, e dai paradisi fiscali caraibici per il 5,75%. Poi viene il Brasile e subito dopo il Regno Unito, con il 4,04%. L’Italia è al 25° posto, dopo la Turchia e immediatamente dopo l’Olanda.
Quindi, le guerre in Iraq e in Afghanistan già durate a lungo sono tuttora fronti aperti, perché da una parte gli USA volevano una cosa, dall’altra chi finanziava indirettamente o direttamente le operazioni in Iraq e in Afghanistan ne voleva un’altra, apparentemente uguale ma strategicamente diversa: per gli USA entrare in Iraq ed eliminare Saddam Hussein (che era il vero patron del “vecchio” terrorismo islamico precedente all’11 Settembre) voleva dire chiudere i Taliban in Afghanistan e evitare il “contagio” jihadista nell’area petrolifera dell’OPEC sunnita, salvando l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati da una rapida espansione della guerriglia.
E ricordiamo che il terrorista che si lanciò verso la caserma italiana di Nassiryia lavorava in una macelleria islamica in Catalogna, sulla costa vicino a Barcellona; era passato da Milano, era poi arrivato nella “Casa delle Vedove” di Damasco, per essere infine instradato all’azione suicida contro i soldati italiani in Iraq. Ma Saddam Hussein perde i contatti con il jihad successivo all’11 Settembre, e viene spazzato via dalla operazione Iraqi Freedom. Gli USA e gli Alleati in Iraq sono una manna dal cielo per l’Iran, che si vede eliminato quasi a costo zero il rivale iracheno nel Golfo Persico e in quello di Hormuz, zone in cui transita il 40% di tutto il petrolio trasportato via mare, ovvero il 20% di tutto il petrolio trasportato nel mondo con ogni mezzo. La repubblica islamica sciita sogna un futuro da grande potenza regionale, mentre gli USA e la NATO combattono la loro guerra in Afghanistan, contro le forze talibane addestrate, armate e organizzate dai Servizi pakistani, che ritengono l’Afghanistan un’area riservata dell’islam sunnita puro dei deobandi  contro gli sciiti iraniani, ritenuti da Maulana Samir Ul Haq (“padre dei Taliban” e parlamentare pakistano) “peggio degli Ebrei”.
Quindi le due guerre vengono tenute in piedi dal fatto che gli USA vogliono “portare la democrazia” e frazionare, canonizzare, ridurre a staterelli irrilevanti la linea di crisi che va dal confine dello XingYang cinese fino a Damasco e al Libano. Mentre la Cina e gli Arabi del petrolio, che continuano a comprare buoni del tesoro USA e pagano la guerra “al terrore”, vogliono tutta un’altra cosa: proteggere i Sauditi e il Golfo sunnita dalla pretese iraniane, anche al costo (per loro altissimo) di proteggere anche Israele, allontanare la pressione pakistana sull’Asia Centrale e sull’area petrolifera del Golfo. Mentre la Cina vuole una presenza USA in Afghanistan per tenere a freno la sua insorgenza islamista Augura, che peraltro partecipa con un battaglione alla lotta contro gli USA e gli Alleati in Afghanistan. C’è anche una brigata delle Guardie della Rivoluzione iraniana, i pasdaran, che operano in Afghanistan contro gli USA e gli alleati, senza venire in contatto con i taliban sunniti. Quindi, la “Global war on Terror” andava bene a tutti, anche alla Cina che aveva gli USA in Asia Centrale al fine di depotenziare un suo problema islamista, e perfino all’Iran, che vedeva il suo arcinemico USA tenere a bada gli altri arcinemici taliban armati dai pakistani, e anche all’Arabia saudita che si trovava protetta dall’Iraq, contro un progetto di controllo sciita e iraniano delle linee del petrolio.
Ma gli Stati Uniti cosa ci guadagnavano?
Facile a dirsi: una presenza in Asia Centrale per contrastare le pretese russe e cinesi sulle linee di controllo del petrolio e del gas presenti e future, la regionalizzazione della Federazione Russa verso il Mare Indiano, mentre la Russia utilizzava la presenza USA in Afghanistan per dare il colpo finale al jihad ceceno, chiuso nella morsa strategica oltre la valle del Ferghana, e infine il contatto geopolitico con la Cina, che ha progetti di egemonia in Asia e in Medio Oriente tramite la linea centro-asiatica.
Ma, diceva Napoleone, le guerre costano e devono durare poco, altrimenti ogni vantaggio strategico viene bruciato dal disastro economico.
Quindi gli USA potranno contare, per la quota-parte dei loro titoli del debito pubblico detenuti dalla Cina, di una trattativa implicita di questo genere: noi cinesi continuiamo a finanziarvi la spesa pubblica, se voi USA chiudete la partita afgana stabilizzando quello che potete e facendo entrare lo SCO (la Shangai Cooperation Organization, quella che la agenzia di Stato di Pechino chiama la “NATO dell’Est”) a fare la sua parte a Kabul, magari rilevando l’ormai destabilizzato governo Karzai e sostituendolo con un amico dei cinesi. Levate le tende in Iraq salvo stabilire una presenza regionale russa e cinese alternativa a quella USA, e infine abbandonando l’Arabia Saudita al suo destino. E infatti il nuovo “Crown Prince” saudita Sultan Bin Abdul Aziz Al Saud sta rafforzando il suo sistema missilistico e la rete di intelligence dentro il mondo jihadista.
In altri termini cinesi e russi ringraziano Washington di aver lavorato per loro senza averlo capito, e ringraziano infine di aver premuto i taliban afgani senza aver programmato una strategia di penetrazione seria dell’area esterna all’Afghanistan, che rimane agibile per operazioni cinesi, russe, indiane e iraniane.
Quindi, sul piano strategico la crisi potrà essere superata quando i capitali cinesi, giapponesi, arabi ed europei ritorneranno in USA per finanziare lo sviluppo americano con meno petrolio (serve ai cinesi e ai russi) con meno costi geopolitici (ormai il lavoro gli americani lo hanno fatto, anche se a pro di altri) e con una parità del Dollaro che non urti l’equilibrio di fatto già raggiunto con l’Euro e le altre valute maggiori. Ovvero, gli USA dovranno stare attenti a rivendere titoli del fondo speciale della FED che cartolarizza titoli “tossici”, che attualmente il Fondo Monetario vede a 4 trilioni di dollari, soprattutto in asset USA bancari, perché ogni vendita “bagnata” agli investitori esteri istituzionali potrebbe diventare un corto circuito strategico, soprattutto in Asia Centrale o nel Golfo. Una tenaglia tra geopolitica e finanza che non permette più agli USA di distribuire la propria carta commerciale, vecchia o nuova, a quelli che sostengono il suo corso monetario interno. Quindi, gli USA consumeranno la crisi finanziaria tenendo la maggior parte dei loro asset “tossici” in casa. Gli altri asset “tossici” verranno acquisiti in cambio di quote di imprese e aziende americane, gran parte del debito verrà lasciato a marcire in USA fino a che la ripresa mondiale assorbirà gran parte dei titoli “tossici” senza colpo ferire.
Ma dopo chi penserà a una strategia globale occidentale in Asia, in Medio Oriente, in Africa Centrale e ai confini della Cina? Tutte aree che diventeranno determinanti nei nuovi equilibri globali, successivi a questa crisi, e nei quali l’Europa o non c’è o crede di esserci assieme agli USA. Ci faremo regolare i flussi commerciali, petroliferi, finanziari, dalla Cina e dalla Federazione Russa, secondo i loro interessi?
 
[28 aprile 2009]