Schiaffo al berlusconismo

di Marco Giaconi

Ormai i dati sono certi: Letizia Moratti è ferma al 41,5 mentre Giuliano Pisapia ha raggiunto il 48,04% dei voti al primo turno delle comunali milanesi. A Napoli, il candidato di Nicola Cosentino, Lettieri, pur con una ricca serie di segnalazioni per brogli e compravendita di voti, si è fermato al 38,5% mentre De Magistris, il magistrato dell’Italia dei Valori, va al 27,5% e supera il prefetto del PD Morcone, che peraltro il partito non ha minimamente sostenuto, dilaniato com’è da lotte intestine. Torino ha eletto al primo turno, con un chiarissimo 56,7%, Piero Fassino, allievo dei Gesuiti, uomo-Fiat e segretario, come lo fu Giuliano Ferrara, della Federazione torinese del PCI. Bologna ha perdonato a Virginio Merola perfino la gaffe sul Bologna calcio in serie A, il che è tutto dire, donandogli il 50,5%.
È evidente che il berlusconismo, nato come rivolta della “nuova” contro la “vecchia politica”, ha terminato il suo ciclo di crescita, soprattutto se poniamo mente al fatto che era stato proprio Silvio Berlusconi a metterci la faccia, nella lista PDL di Milano. In effetti, il Cavaliere ebbe all’inizio un’idea geniale: quella di applicare il marketing dei beni di largo consumo alle elezioni. Ma la fidelizzazione di un dado per brodo o di un fustino di detersivo è cosa diversa dal voto, quando il dado è finito lo si ricompra e il “richiamo” pubblicitario tende ad affievolirsi, mentre il voto politico dura molto di più di un fustino o di un vasetto di conserva di pomodoro, e il richiamo psicopolitico, dopo, deve essere più forte, non meno evidente, di quello che ha generato la prima fidelizzazione. Né vale, per il “fustino elettorale”, la tecnica del testimonial, che fidelizza consumatori di basso livello culturale e viene usata dai pubblicitari per prodotti semplici e già ben noti al pubblico, dal caffè allo yoghurt. Insomma, il voto politico è un prodotto complesso e strutturato, che è impossibile controllare con i sistemi ben noti alle aziende di marketing e di Pubbliche Relazioni.
Inoltre, con le elezioni milanesi, è finita la narrazione del berlusconismo: la piccola e media impresa contro le grandi aziende, la possibilità di risolvere sul territorio le tensioni sociali ed economiche incontrollabili a livello nazionale, la territorializzazione della mediazione politica, la teorica del partito debole, se non “di plastica”, che si attiva solo e unicamente su impulso del leader carismatico. Sono tutti problemi che, pur nel gelo attuale dei rapporti tra Bossi e Berlusconi, riguarderanno tra breve anche la Lega Nord.
Gli ultimi dati ISTAT sul commercio estero (il vero volano delle economie UE) ci riportano dei dati sconfortanti: nel Marzo 2011 il saldo del commercio estero è stato negativo per 3943 milioni di Euro, mentre quello intracomunitario, per l’Italia, è negativo per 1079 milioni di Euro, l’import cresce del 3,9% mentre l’export è la metà delle importazioni, in percentuale. Secondo la Banca d’Italia, il commercio estero netto globale ha sottratto alla crescita economica italiana lo 0,4% di PIL, e quindi siamo inseriti in una concorrenza globale, gestita anche dai nostri partner dell’UE, che presuppone una narrazione ben diversa da quella che ha caratterizzato il berlusconismo: aziende medie e grandi molto aggressive sui mercati in espansione. Si pensi alla Germania che, mentre Carlo Azeglio Ciampi visitava la Grande Muraglia cinese compiva con Schroeder il blitz a Pechino e si assicurava, per la Volkswagen, la fetta più grossa del mercato automobilistico della Cina delle “Quattro Modernizzazioni”. Oppure si immagini come l’elettronica di consumo britannica o USA sta espandendosi in tutto il mercato UE. Tutte partite dalle quali, con il nostro nanismo industriale e il narcisismo del “piccolo è bello”, siamo stati accuratamente esclusi. E si pensi, poi, alla relazione riservata degli analisti della McKinsey del 2010, dove i tecnici della maggiore azienda globale di consulenza parlavano di un’Italia alla quale “è rimasto solo un po’ di calcio e qualche buon ristorante”.
D’altra parte, la sinistra che vincerà avrà anch’essa il peso dell’antindustrialismo, la tendenza ad assistere prima che a produrre risorse per l’assistenza, una certa ristrettezza mentale nelle questioni internazionali che hanno, oggi più di ieri, un immediato riflesso geo-economico e finanziario. Vedo, quindi, nel crepuscolo del berlusconismo, una progressiva marginalizzazione dell’Italia, che a livello nazionale sarà risospinta verso il Mediterraneo meridionale e le sue tensioni (e la futura concorrenza delle nuove economie maghrebine) e a livello regionale non potrà non andare al seguito delle macroregioni dell’Europa Centrale, che detteranno le condizioni per rendere il Nord d’Italia il loro “secondo mercato” per i prodotti maturi. Vada come vada, il tramonto di Berlusconi ci consegnerà una Italia più povera, meno autonoma sul piano nazionale, con una serie di limiti produttivi ed economici che non ci permetteranno di partecipare alla “corsa all’oro” dell’Est asiatico, dell’India, di alcune aree africane e del Brasile.

[18 maggio 2011]