Sebastiano Vassalli, L’ITALIANO

C’è un libro che tutti gli italiani dovrebbero leggere. C’è questo libro che dovrebbe essere inserito tra i libri in programma per l’ultimo anno delle scuole superiori. Potrei star qui a dire che è un libro eccezionale, arguto, leggibile, e lo è. Tuttavia credo che il suo merito, e il vantaggio più grosso per chi si appresterà a leggerlo, è quello di metterci di fronte a ciò che spiega la quarta di copertina, dove è scritto che L’italiano di Sebastiano Vassalli ci sbatte sul muso “il carattere nazionale italiano in dodici storie che danno forma a un’unica storia: la nostra”.
Vassalli attraversa la storia d’Italia, dalla fine del ‘700 con Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia, fino al Signor B., immortalato da un breve e fulminante dialogo sull’ascesa di colui che fu creato da Bettino Craxi.
Si racconta di Crispi, di Togliatti e Sofri, ma detta così non si rende giustizia della narratività e della bellezza del racconto di questo libro.
Su tutti mi paiono esemplari due storie. La prima dedicata al doge, cioè a Manin, perché si capisce che una delle caratteristiche italiche è non muovere un dito per difendere la repubblica (cioè la cosa pubblica), salvo poi imputare tale comportamento a chi invece si è dato da fare proprio per essa, cioè per gli altri invece che per se stesso. E il racconto del trasformista, cioè di Saverio Polito, ispettore della polizia segreta fascista, stupratore di Rachele Mussolini, generale dell’esercito antifascista, questore di Roma dopo la Costituente. Un personaggio inquietante che non è soltanto espressione individuale di abiezione umana, ma carattere fondativo di certa italianità, di quella parte di Paese sommerso nell’illegalità consentita, nell’indifferenza alla moralità di alcuni soggetti e apparati istituzionali, nel carattere impunito di certa cultura maschilista e nell’arroganza del potere o di ciò che è presunto tale.
Capire l’Italia o cercare di farlo attraverso la televisione e le notizie della stampa può risultare un’impresa ardimentosa e di difficile composizione razionale. Forse la letteratura, la migliore narrativa italiana, espressa da questo libro di Vassalli, può invece avvicinarci con l’emozione della lettura e con la verosimiglianza delle vicende e del racconto alla possibile costruzione di un’idea d’Italia, e soprattutto di caratteri italici che dovrebbero farci fortemente riflettere sulle possibilità di riscatto morale di una comunità vecchia, impigrita e vagabonda di slancio fraterno, liberale, giusto.
Un’ultima curiosità va segnalata. In una bandella del libro è scritto: “Per volontà dell’autore questo romanzo non partecipa a premi letterari”.
Che anche i premi italiani riflettano le stesse pecche del carattere italico?
Certo, meglio non averci a che fare.
Alessandro Agostinelli


