Shuichi Takeda, Da Lontano

Nell’Aprile 2011, il coraggioso e bravo Mauro Valsangiacomo, patron delle edizioni Alla Chiara Fonte di Lugano (Svizzera) mette in cantiere una raccolta un libro di poesie con un chiaro intento: devolvere l’intero ricavato delle vendite alla Caritas per supportare quanti colpiti dal disastro che si è abbattuto sulle popolazioni di Fukushima. L’iniziativa è un successo e il libro che viene stampato è “Da lontano” del poeta giapponese Shuichi Takeda (poeta, traduttore; dal 1994, per undici anni, ha vissuto a Rapallo)
L’arioso e solare poemetto, diviso in terzine e con testo originale a fronte, parla del mare: non il mare devastante e nemico che ha aggredito le coste giapponesi, ma quel mare che si è infisso nel cuore dell’autore, il mare di luce e colori stupefacenti, il mare di Rapallo appunto, della Corsica, scorci di Valencia o Maiorca, le aperture di Palermo e della Sicilia. Se da un lato abbiamo certo il ricordo delle scoperte fatte da ragazzo, dall’altro è l’occhio adulto che ne conserva il suono migliore e più vibrante: un dialogo tra elemento e luogo (il Mediterraneo) ed entrambi in dialogo con lo stupore. Non è una figurazione asettica quella che Takeda mette in versi, né una contemplazione muta. Anche se Shuichi Takeda abita i luoghi in transito, non appartenendovi totalmente bensì in transito, Takeda è conscio di come il peso del guardare e dell’assimilare componga una serie di frammenti che assieme daranno una sorta di nuovo Eden, non fisico ed esistente, ma conservato nella coscienza singolare (e quindi diverso per ognuno). Sono orizzonti concreti che aprono alla rigenerazione, a trasfigurazioni di un tempo senza tempo, quasi impraticabili se non nell’abbandono onirico, nello spazio (e per lo spazio) “edenico”.
La luce gioca un ruolo parallelo e complementare: pare quasi che ogni nuovo giorno sia risanatore perché guarisce o in un qualche modo rifà la Creazione. E’ luce (ed aria) in cammino, come in cammino lo è l’autore. Un cammino che segue quello del corso d’acqua, della distesa piana e lucentissima ma quasi in senso contrario alla corrente: non discende ma s’innalza. Shuichi Takeda non coglie quindi solo l’elemento costitutivo, l’acqua, da cui l’intera terra non è solo attraversata o tagliata superficialmente, pura riva o limite, quanto invece l’esserne plasmati, sostanziati fin nel profondo, fino a ricominciare daccapo: sia il percorso, che la vita stessa.
Fabiano Alborghetti

