Si muore in Iraq
Simone Cola era un militare e certamente aveva messo in conto di morire, anche se nessuno vuole morire prima del tempo. Di questa consapevolezza dovrebbero far tesoro coloro che hanno pensato giusta la guerra in Iraq e che oggi (Condoleeza Rice e George Bush jr. in testa) fanno marcia indietro.
Sì perché non ci sono guerre giuste, quando le motivazioni sono il mero controllo delle zone petrolifere. Ma sarebbero ancora meno giuste quelle guerre che - come hanno cercato di suggerirci i nostri governanti - vogliono imporre una forma di governo contro un'altra.
Infatti, nessun valore occidentale che riteniamo universale (magari contro il velo alle donne o la lapidazione) può basarsi sul principio di superiorità culturale e fondarsi sulla violenza della guerra per essere imposto. I valori universali sono tali in quanto condivisi e non imposti con la violenza, altrimenti l'atteggiamento cinico affibbiato storicamente al "principe machiavellesco" diventa in confronto una specie di "forrestgumpismo".
Possono esserci interventi di controllo militare e di necessità di uso della forza per contingenti di pace. Ce ne sono stati in passato, ci saranno in futuro. Essi sono interventi auspicabili. Ma non è la situazione del pantano iracheno, del quale nessuno pensava di pagare un prezzo così alto in vite umane. Né il presidente americano che ormai quasi due anni fa dichiarò arrogantemente la fine della guerra dalla sua portaerei; né il governo italiano che pare più avvezzo all'esecuzione dell'ordine atlantico che all'equilibrio europeista.
Intanto un'altro giovane italiano è morto in Iraq. E se per gli americani il numero delle vittime è ormai vicino alle due migliaia, per noi italiani arriva a fatica a trenta. Trenta uomini che pagano una scelta politica incongrua, ma che facevano soltanto il loro dovere, senza retoriche da eroismo risorgimentale. Soltanto il loro dovere.

