Silvia Tamberi, QUELLO CHE MAI

Ed. Del Cerro 2008
poesia
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“Quello che mai” di Silvia Tamberi è un lungo canto melodioso a cui sta sotteso un lamento tenue, come nelle nenie di culla: “Questo canto/simile a un lamento/a una nenia che consola/pronunciata a fatica/attendendo che queste grida/si facciano canti”. E’ pensiero che scava la parola e addomestica la frase, finché non ne trova la dimensione più vasta e la suggestione più profonda, in un incalzare costante di anafore. Il pensiero prende forma e le riflessioni  si avvicinano, crescono per accumulo, si contrappongono, si invertono, ripartono.
 
Tutto accade nell’anima, che contiene anche le immagini di gesti, di emozioni rubate alla vita altrui. L’attesa si fissa in frasi sospese, aperte, come se mancasse la possibilità di concludere. O non si cercasse.
Passano giorni e stagioni di cui si smarrisce la scansione e il confine, la percezione del tempo si dilata e si perde la misura della lontananza: “giorni indecisi/contradditori/che non trovano alloggio/in un mese definito/Giorni anonimi/dall’identità irriconoscibile/che si confondono/nella sequenza scambievole/delle settimane”. Nella dimensione temporale tesa fino a diventare irreale, fittizia e fonte di disorientamento, c’è spazio tuttavia per lo stupore di un attimo percepito in tutta la sua bellezza, anonimi attimi fuggevoli che sfiorano l’anima anche se non riescono a farsi vissuto.
Il tempo diventa entità concreta nei versi di Silvia Tamberi,  accompagna un cammino “dove tutto ruota/tutto si confonde/annebbiando e annullando/le direzioni”. Accanto alla tensione verso il futuro si cerca la direzione opposta, e il ritorno è inteso come  possibilità di sperimentare una nuova partenza:“se questo destino/potesse avere un’altra opportunità/questa ferita/potrebbe essere risanata/”. La nuova partenza appartiene alla dimensione dell’altrove, utopico luogo inutile da cercare. Ma si riparte comunque, dopo aver calcolato “il ricavo della nostra fatica/ della pazienza imparata/”.
L’attesa diventa un aspetto della fatica quotidiana, vuole un affinamento coraggioso della pazienza, è un imparare ad attendere, in un costante ed eterno ed immutabile tempo di avvento. Imparare ad attendere significa scoprire la rassegnazione davanti “a un ritardo che mai non verrà/…a un divenire/che fatica a farsi domani”,  nella consapevolezza che i semi non daranno frutti e il grano non diverrà pane e la semina non avrà raccolto. Ma la vita continua a reclamare completezza, non accetta la mancanza, non vuole rimanere a metà: “tutto quello che non sono/ quello che non sarai/ quello che non è/e non verrà”. Altrimenti si alza un grido.
I versi della Tamberi rivelano una tempesta profonda e danno voce ad una condizione umana, la nostra, che ha perso i riferimenti,  che oscilla tra nostalgia di pregresso e ansia di futuro, che sente la fatica dell’inventarsi la vita giorno per giorno, la solitudine come un pericolo da strapparsi di dosso.
La salvezza sta nel mantenere desto il sentire, senza sprecare nemmeno un’emozione né un attimo. E nello scoprire la meraviglia, sia appagata o no l’aspettativa, solo perché c’è stata la vita.
E nel cercare l’altrove, che solo si può attraverso l’immaginazione e la poesia: “Quando m’arresto/ e non vorrei/e aspetto poi/ di proseguire ancora./Quando di tutto/e altro ancora/farò versi/per cantare/ogni agire/ogni fare/”

Marisa Cecchetti