Speculazioni (teoriche) sull'Euro

di Marco Giaconi

Aveva ragione Giorgio Bocca: di questa crisi economica non ha ancora capito niente nessuno. Una crisi postmoderna e cogliona, come questi tempi, oscura e subdola. Ma, per venirne a capo, l’unico modo è fare un po’ di storia. Nel luglio 2007, per esempio, all’inizio della crisi subprime in USA, lo spread dei titoli a dieci anni irlandesi era migliore di quello tedesco. La crisi che spacca l’eurozona del debito sovrano si sviluppa con la misura delle operazioni di salvataggio delle banche USA, che arriva al punto di maggiore espansione con l’operazione Bear Stearns del 2008. È il momento in cui il contagio passa da una sponda all’altra dell’Atlantico. La compagnia, che viene acquistata da JP Morgan, aveva al 30 novembre 2007 13,40 miliardi di USD in contratti di finanza derivata. Ovvero, in carta che serviva a garantire il rischio sul tasso atteso dei titoli acquistati. Da quel momento, visto che ogni banca europea è piena di contratti derivati, spesso acquisiti fuori area, le attese di rischio si differenziano paese per paese, lo spread diviene una guerra privata e, soprattutto, nazionale. I credit default swaps, lo ricordiamo, sono una forma di assicurazione dai rischi di investimento sui titoli, sia pubblici che privati. E sono titoli, esattamente come quelli della nota marca automobilistica ormai non più torinese o il BTP e i CCT. Vengono gestiti su mercati informali, OTC (Over the Counter) direttamente e privatamente tra le parti. Sarebbe facile proibire le transazioni OTC, magari con una Fiamma Gialla dietro le spalle, o nelle sale di ascolto dell’Ufficio I della GdF, e sarebbe una buona cosa. Sarebbe ottima cosa proibire come hanno già fatto i tedeschi, la vendita di titoli allo scoperto. Ma l’idea di una Tobin Tax europea è una sciocchezza: se i capitali si trovano imbrigliati, se ne vanno semplicemente da un’altra parte. La Tobin Tax in UE sarebbe un regalo a Singapore, a Shangai, a New York, e a quella quota di capitali illeciti che si “lavano” nelle transazioni finanziarie spot.
Le relazioni ONU sui mercati finanziari illeciti ci ricordano che, ogni anno, la quota di capitali illegali in giro per il mondo è pari alla dimensione della finanza derivata dal petrolio. Scusate se è poco. Nel nostro paese poi, noto per la sua sordida ignoranza economica, 519 comuni italiani gestiscono un debito OTC di 990 milioni, grazie a titoli comprati sui mercati “facili” e OTC. La sovrapposizione tra politica “grigia” e gestione del debito sta tutta qui. I soldi degli onesti, che magari erediteranno il Cielo ma sulla terra hanno oggi bei casini, non ci sono più, lavorano solo i quattrini delle coppole storte o dei mielati manager dal gergo improbabile. Speriamo che non accada con i comuni italiani indebitati quello che è avvenuto con Goldman Sachs in aiuto della Grecia nel 2009, quando la banca ha dato a Atene swaps per coprire il debito utilizzando cambi monetari artificialmente alti.
Anche le banche italiane, da questo punto di vista, non stanno benissimo. Hanno avuto una caduta nella raccolta, nel dicembre 2011, da 1482 miliardi di Euro a .1364 mld. di valuta europea. Quindi, dal 2008 in poi, la crisi finanziaria, ovvero la capacità del Dollaro di fare guerra all’Euro per tenerlo “basso” e garantire al biglietto verde il suo ruolo di pagatore di ultima istanza nelle transazioni internazionali, diviene una prateria dove la speculazione internazionale lavora su tre direttrici: la debolezza delle banche piene di “titoli spazzatura”, la bassa crescita economica, e soprattutto il differenziale tra i debiti pubblici UE, che è una vera pacchia per chi faccia operazioni a breve sui titoli europei. Le operazioni da raider sul debito privato colpiscono l’area del debito sovrano, che ha meno liquidità disponibile per i titoli pubblici e meno soldi per gli investimenti industriali. Tutto questo colpisce il PIL atteso, che diminuisce, e quindi aumenta il rischio default. Un gioco a somma zero, ma solo per il creditore. Inoltre, dopo Bear Stearns e il salvataggio di Anglo-Irish nel 2009, con il supporto della Commissione UE, il rischio insito nell’eurozona è visto in correlazione con quello del Tesoro USA, i cui titoli diminuiscono nel merito di rischio e aumentano nell’interesse medio. In altri termini, Washington acquisisce capitali, dopo la crisi subprime, dai suoi alleati e, contemporaneamente, sommerge i suddetti alleati di titoli a rischio. Si chiama guerra finanziaria. Quindi, dopo il salvataggio di Bear Stearns (punto di svolta della questione) i mercati vanno alla ricerca di operazioni speculative sull’eurozona, e mirano al bersaglio facile, i diversi differenziali di crescita. L’obiettivo sono i paesi che coniugano il minor tasso di crescita, la massima caduta di
competitività, e un settore finanziario debole, magari prima rimpinzato ad hoc con titoli spazzatura provenienti dall’estero. È qui che si inizia a sparare.
L’obiettivo? I mercati sono cretini. Fare soldi su previsioni ormai certificate e credute da tutta la business community. Espandere l’area nella quale, grazie ad un Euro “basso”, il dollaro possa riprendere il suo slancio di moneta di last resort, ultima istanza, per poi rigiocare al gioco dei collaterali sulle piazze USA, fino a che non li colga la Donna con la Falce, magari per una crisi da eccesso di cocaina. L’”economia degli stati alterati”, un trip dei Doors o dei Beatles di Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band, come spiega Geminello Alvi nel suo ultimo libro. Ridurre il potenziale industriale e politico-strategico dell’UE, già debolissimo per conto suo, e fare shopping a bassissimo prezzo, come dei turisti qualsiasi, sui pochi gioielli rimasti. Già mi immagino cosa potrebbe accadere, con una politica debole e ignorante, all’ENI e a FINMECCANICA, già colpite l’una da una guerra in Libia mirata anche contro di lei, l’altra da scandali un poco maneggiati e molto derivati dalla ingenuità strategica e politica di alcuni manager e soprattutto dei loro politicanti di riferimento.

[18 gennaio 2012]