Speranze in Kenia

Ilaria Salvi

NAIROBI - In Africa non ero mai stata in città. Ho sempre vissuto esperienze di progetto, in comunità unite, dove l'individuo viene riconosciuto parte integrante di un contesto sociale, culturale, politico, economico, dove ognuno ha un senso di forte appartenenza e dove il villaggio, il clan, le tradizioni e la voglia di miglioramento inquadrano al vita delle persone in un contesto che ha regole, norme, definizione, dove le persone non si sentono perdute, allo sbando, senza sostegno sociale.
In città accade esattamente il contrario. Centinaia di migliaia di persone inurbate, in un sistema disaggregante e contraddittorio (gli slums, il centro città: una massa di disperati, accalcati insieme, un gruppo di privilegiati tediati dai questuanti di strada) cercano il modo di sopravvivere a un contesto che annulla. I bambini che, per svariati, quotidiani e usuali motivi, si trovano per strada sono soli e abbandonati a se stessi. Ma quando ho visitato la casa di Anita miè tornata un po’ di speranza, perché è un bell'esempio di impegno della società civile keniota.
Solo da poco tempo si comincia a pensare alle bambine di strada che sono soggetti più difficili dei maschi. I bambini, infatti, hanno qualche chances in più, perché sono abituati fin da piccoli a uscire di casa, a socializzare, a vivere un contesto di maggiore libertà individuale. Le bambine, invece, a tutte le età, quando si trovano sole, sono facile preda dei trafficanti di organi e della prostituzione. In Kenia è fortissimo il turismo sessuale e proprio gli italiani fanno la parte del leone.
La casa di Anita è in un luogo fantastico, appena fuori dalla follia di Nairobi, a un passo dalle ngong ills, che si affacciano su quella pianura infinita che è la rift valley.
La casa di Anita, organizzata dai padri comboniani, si basa su tre famiglie del posto che hanno deciso di organizzare questa piccola comunità e occuparsi ciascuna di otto bambine provenienti dagli slums, con età variabili dai 4 ai 16 anni. Vita in campagna, famiglia, scuola, laboratori, collaborazione con volontari kenioti e italiani (l’associazione Anani), portano le bambine a formarsi e rafforzarsi nella propria volonta, nella sicurezza delle proprie capacità. Ultimamente, per le più grandi, è stata realizzata una nuova struttura, dove cominciano a sperimentare una vita più autonoma, e un atelier dove le ragazze meno portate nello studio possono comunque imparare un mestiere: cucire o utilizzare il computer. È un modo per acquisire strumenti utili a farle muovere con le loro gambe.
Ci sono iniziative di adozione a distanza sui progetti per i ragazzi di strada dei comboniani, legati all'associazione Anani e sono un po' diversi da quelli solitamente conosciuti, cioè quelli dove ti appropri del nome, della foto e delle lettere di una persona che senti tua solo perché gli mandi dei soldi, perché lo mantieni e quindi pensi di occupartene. In questo caso, invece, adotti tutta la comunità. I soldi che invii servono allo sviluppo complessivo del progetto, alla crescita della comunità, a creare opportunità che siano per tutti, ad ampliare progetti e sostenere sempre più ragazzi.

[21 marzo 2008]