Stefania Nardini, JEAN CLAUDE IZZO - Storia di un marsigliese

Anche se uno conoscesse Jean Cluade Izzo solo per nome, sente di averne fatto la conoscenza attraverso il libro di Stefania Nardini, una biografia con una forte partecipazione emotiva, e resta col desiderio di scoprire le sue opere per esteso, di seguire le vicende di Fabio Montale, il marsigliese a cui Izzo ha dato vita nella sua trilogia noir, e di addentrarsi con lui nell’intrigo di strade del porto di Marsiglia.
E’ una biografia speciale, perché, se Izzo è stato principalmente un poeta, la Nardini lo racconta con un registro linguistico che ne rispetta l’essenza, facendolo emergere lentamente, quasi a rispettarne il mistero e la sensibilità. Risultato, questo, di una profonda conoscenza di Marsiglia da parte dell’autrice stessa, e di un rigore giornalistico che cerca la documentazione, verbale e non verbale, senza escludere il contatto con gli stessi familiari di Izzo.
Figlio di un emigrato italiano partito bambino nel ‘29 dalla provincia di Salerno e di madre francese di famiglia spagnola, un rital, abitava con la famiglia nella zona più degradata, il Panier: “I pescatori che venivano da Ischia e da Procida vivevano ammassati nelle case del Panier. Pasta e canzoni erano gli ingredienti di quella nostalgica allegria baciata dalla luce di una città in cui c’era posto per tutti”.
Ha frequentato solo una scuola professionale per tornitori-fresatori, perché di più non si permetteva di sognare un figlio di immigrati, gente che aveva “solo la povertà da difendere”, ma lui ha cominciato a scrivere poesie fin da bambino, anche sui pezzi di carta. E’ cresciuto come un marsigliese, non ha imparato l’italiano, nonostante il padre continuasse a parlare solo napoletano anche col nipote. Ma dal padre deve aver ereditato l’idea della giustizia, e di ciò che simboleggiava l’Italia, la ricerca delle passioni forti, l’amore per il cibo, per i profumi, gli odori.. Sempre presente nella sua vita il ricordo del basilico che sua madre Babette teneva sulla finestra.
Adolescente pacifista e cattolico del gruppo di Pax Christi, negli anni sessanta, che hanno visto i disordini interni alla Francia in seguito alla caduta del sistema coloniale e all’approdo degli algerini nei palazzoni di periferia, continua a sue spese ad esternare il suo pacifismo quando lo mandano a Gibuti a fare il sevizio militare, una palestra di esperienza umana dolorosissima. Nonostante il suo credo, si trova ad aderire al Partito Socialista Unificato nel ’68 e successivamente al PCF, fino al 1975.
Ma non serve seguire ancora le altre tappe della sua vita per parlare di lui, “poeta, giornalista, agitatore culturale ed infine romanziere”, spirito inquieto, che ha “sempre guardato la gente, i disoccupati, quelli che non avevano niente, i mali di Marsiglia” ma con umana partecipazione. Ha cercato la poesia in mezzo alla gente di quella città multietnica e dai molti problemi, dove, come scrive l’autrice “la vera minaccia, per una città da sempre multietnica, è la cultura della paura”. Scrive Izzo in Terres de feu: “E la poesia è nella strada/trascinante/come una ragazza nella notte/all’angolo del tavolo/in un bistrot/davanti a un bicchiere/di rosso/E la poesia è nella strada/come un senzatetto.
Inquieto, forse per le paure ancestrali di rital, ha avuto grandi amori che non hanno mai placato la sua inquietudine, vi ha trovato comunque forza di vita, fino all’ultima storia, quella con la giovanissima Catherine che lui sposa quando è già segnato da una malattia senza scampo.
Al noir c’è arrivato all’inizio egli anni novanta, su richiesta della prestigiosa casa editrice Gallimard, che gli chiede di trasformare in romanzo un racconto di una ventina di pagine, “Marseille, pour finir”.
Il personaggio che crea, Montale, per onorare un poeta che ama, rispecchia parte di lui, e attraverso Montale manda i suoi messaggi anche alle compagne che ha fatto soffrire: “Non sono mai stato capace di tenermi accanto le donne che ho amato”.
Ma la trilogia ha fondamentalmente Marsiglia come protagonista, che lui ha dovuto frequentare e conoscere in tutte le sue manifestazioni e i suoi angoli, fino a conoscere i bar algerini, le tifoserie dello stadio, le musiche rap. Quegli algerini che fanno impazzire Fabio Montale, ma che sono guardati “con umanità, passione, senza pregiudizi, con la capacità di penetrare nella disperazione di un senza lavoro, di un ragazzino che tenta di fare il fighetto per rincorrere i modelli della televisione, di un voyou che fa il “pacco” per guadagnarsi la giornata, del musulmano che ti vende un foulard mentre recita la preghiera e poi scompare misteriosamente”.
Una grande lezione, quella che proviene da una persona di così alto spessore umano e morale. Importante averne ricordato la grandezza in un momento storico che ha bisogno di interventi sociali e di line etiche da riscoprire.
Marisa Cecchetti


