Striscia impazzita

di Elena Dusi

Da Gaza il telefono porta voci roche con sottofondo di sirene, esplosioni, ordini concitati di adulti e pianti di bambini. “Siamo stati bombardati da cielo, mare e terra. Ora ci sono anche i soldati a circondarci”. Eyad El-Sarray dirigeva il Gaza Community Mental Health Programme, l’ospedale della Striscia che è stato distrutto due giorni fa: “Mi telefonano per chiedermi aiuto. Ma io sono il primo ad avere paura”. Poi si interrompe per ordinare a moglie e figli di nascondersi. Il telefono di Abdallah Ali, traduttore, trasmette l’eco di donne impaurite. “Le esplosioni sono orribili”, racconta lui.
“Pochi minuti fa una bomba è caduta qui vicino, mandando in frantumi i vetri. Carri armati, aerei, soldati, cosa volete che ne sappia. Da giorni ormai si sentono esplosioni di tutti i tipi. Siamo senza acqua né luce. I bambini non fanno che piangere”. I più piccoli, racconta Padre Manwel Musallam, parroco cristiano di Gaza dal 1995, “stanno impazzendo di paura”. Chiusi in casa da oltre una settimana, aspettano sempre il prossimo colpo. “Sono inconsolabili” racconta il sacerdote, mentre per due volte la linea trasmette il tonfo delle bombe degli F16. “A ogni boato scoppiano in un pianto disperato e non smettono più. Non importa quanto i genitori li stringano forte. Già due bambini sono morti di paura. Uno di 12 anni aveva appena visto bombardare una casa. L’altra aveva 16 anni e ha sentito gli aerei che sganciavano i missili sopra la sua testa”.
Al medico El-Sarray arrivano molte telefonate di genitori: “I ragazzi riprendono a fare la pipì a letto. Queste azioni di guerra poi distruggono la figura del padre, che dovrebbe proteggere e accudire invece è impotente. Si può essere certi che da grandi questi bambini cercheranno un’altra figura di riferimento dall’apparenza forte. Hamas, o un qualunque movimento estremista”.
I bombardamenti dal cielo e dai carroarmati rendono impossibile il lavoro degli operatori umanitari: “Molta gente avrebbe bisogno di noi. Ma spostarsi è pericoloso. Siamo qui fermi, incapaci di raggiungere i feriti, a due passi dall’ospedale Al-Shifa”, racconta Cécile Barbou, coordinatrice di Medici senza frontiere.
Le telefonate provenienti da Israele che avvertivano gli abitanti di Gaza dei raid hanno spinto alcuni a diffidare di qualunque chiamata. “Non ho nulla da dire, lasciatemi in pace”, si infuria Wail Al-Ashy, collaboratore dell’United Nations Development Programme, prima di riattaccare. E in serata la compagnia telefonica PalTel annuncia che il 90% della rete dei cellulari è fuori uso, così come la maggior parte delle linee terrestri.
[tratto da La Repubblica]
 
[6 gennaio 2009]