Sveglia guaglioni

di Marco Giaconi

“La moralina sarà la droga del XX secolo”, profetizzò nei suoi ultimi anni Friedrich Nietzsche. E infatti la lettura della lunga crisi politica italiana come semplice questione morale rischia di non farci capire né i fatti né le motivazioni di quanto sta accadendo oggi al Partito Democratico e, prima, alla DC e al PSI che furono sommersi da “tangentopoli”.
La questione è politica. Alla fine della Prima Repubblica, il sistema parlamentare italiano non ha capito che, chiusasi la guerra fredda, nessuno era più interessato a mantenere i sovracosti di un sistema politico corrotto ma la cui stabilità era essenziale per gli equilibri europei e mediterranei del sistema bipolare USA-URSS. E, si ricordi bene, che l’entrata di fatto del PCI nella “stanza dei bottoni” viene da lontano, ed era funzionale alla richiesta di un forte sostegno da parte degli USA e degli altri alleati della NATO. Una “strategia della paura”, che peraltro il PCI nulla fece per disattivare. Fu l’ambasciatore Renato Prunas a trattare, per conto di Vittorio Emanuele III e di Badoglio, con Vishinsky, a Capri, un rapporto con l’URSS (e il ritorno di Togliatti) per ammorbidire le condizioni draconiane imposte dagli Alleati. Il compromesso storico, esplicito o meno, è alla base della nostra Repubblica.
Nella Prima Repubblica come oggi, la classe politica italiana non veniva selezionata nelle università della Ivy League americana o nelle Grandes Écoles parigine, e nemmeno nelle efficientissime “Fondazioni” tedesche, ma nei corridoi e nei sottoscala del potere locale. Alle riunioni internazionali, i politici italiani erano messi subito da parte, mentre Giscard D’Estaing e Helmut Schmidt parlavano in ottimo inglese con Kissinger o Brzezinski. Era uno dei tanti tratti “sovietici” della classe dirigente italiana, arrivata al potere dal nulla del paesello natio e soprattutto, e questo conta oggi, capace di acquisire voti non certo per carisma personale, ma per l’attenta gestione delle clientele, finanziate dallo Stato con le assunzioni facili o sostenute dall’imprenditore locale che, naturalmente, voleva qualcosa in cambio.
Questo sistema finisce con “tangentopoli” non perché il pool di Milano si mette a lavorare di buona lena, ma perché le grandi aziende si internazionalizzano, con l’apertura dei mercati finanziari che precede immediatamente la caduta del Muro di Berlino, e non hanno più bisogno dei favori della classe politica centrale. Altre grandi aziende vengono vendute ad investitori esteri, il che permette una “dazione” una volta per tutte alla politica, ma di grande rilievo. Il vincolo europeo sui bilanci pubblici blocca poi l’espansione della spesa clientelare centrale. E si ricordi bene che l’accettazione della moneta unica europea, voluta dalla Thatcher e dalla Francia di Mitterrand, serviva a “prendere in ostaggio il Marco Tedesco” per permettere l’unificazione delle due Germanie. Fosse stato per l’Europa Centrale e la Gran Bretagna, era molto meglio avere una Lira su cui fare speculazione che non importare, con il cambio Lira-Euro, tutta l’inflazione italiana e i suoi disastrati bilanci pubblici.
La Lega Nord nasce e si diffonde a macchia d’olio nel Nord-Est, che alla fine degli anni ’80 è divenuto una area economica, di fatto, tedesca. La secessione predicata da Umberto Bossi e dai suoi in quegli anni è la versione italiana di quella strategia della “dissociazione” che gli strateghi tedeschi e americani mettono in atto nei Balcani. Tanti piccoli staterelli, da inserire in fretta e furia nell’Unione Europea, che importano le lavorazioni mature tedesche e americane e non fanno, militarmente, paura a nessuno. La “teoria etnica” che viene fuori in quegli anni è funzionale a questo scopo. Lo stato dei kosovari, quelli dei Serbi di Bosnia, la Repubblica Srpka, la Bosnia-Erzegovina di Alja Izetbegovic che scrisse, negli anni ’30, un libro intitolato Fondamentalismo Islamico,  sono i modelli impliciti della “Operazione Secessione” nel Nord Est. Il quadro cambia con la crisi economica tedesca degli anni 2000-2003 che distribuisce le grandi fabbriche germaniche nei Paesi ex-sovietici dell’Europa centrale, e tiene sul territorio tedesco le imprese ad alta tecnologia e grande valore aggiunto. Una divisione internazionale del lavoro per la quale non c’è più spazio per le Piccole e Medie Imprese del Lombardo Veneto, che infatti si internazionalizzano nei Paesi in via di Sviluppo o, più semplicemente, chiudono, mentre altre si creano un mercato italiano.
Allora: il vincolo di bilancio europeo è duro, e la moneta comandata da Francoforte non permette più escamotages inflattivi. La Piccola e Media Impresa, giustamente, se ne frega del Grande Politico nazionale, che può al massimo fare promesse. È però sottoponibile all’eventuale taglieggiamento dei poteri locali, ai quali viene demandata gran parte della legislazione che riguarda le aziende produttive.
E qui, il circuito rinasce: le Regioni, i Comuni, perfino le inutilissime Province, o le risibili “Comunità Montane”, acquisiscono risorse “fuori busta” rispetto ai trasferimenti dello Stato Centrale, costruiscono una loro finanza parallela con i bonds  e gli investimenti internazionali; e quindi posseggono la liquidità per gestire clientele, sia con i fondi locali sia con le “dazioni” degli imprenditori, che se ne fregano dei “grandi disegni” del Governo Centrale ma sono inevitabilmente interessati alla strada da rifare, alle iniziative turistiche, alle licenze immobiliari.
Ma ora l’imbuto si è rovesciato: è la classe politica locale che mantiene i sovracosti della classe politica centrale, e quindi detta le condizioni. Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica è sostanzialmente quello che avviene da una amministrazione centralizzata del finanziamento illegale alla classe politica ad una gestione frazionata e localistica dei fondi illeciti.
Ecco perché nessuno riesce a mandare a casa certi amministratori locali, o a sedare le scissioni nascoste e le clientele locali dei due schieramenti principali.
E non mi si venga a dire che gli italiani sono sempre e comunque migliori della loro classe politica. E da dove proviene, questa ruling class, se non dai corridoi o dalle sezioni periferiche dei partiti, dove magari si gioca benissimo a scopone ma si è carenti in politica internazionale? Fu una delle frasi a effetto messe in giro da Gianni Agnelli. È bene dirlo subito: gli italiani, in grandissima maggioranza, vogliono un rapporto clientelare con la politica, che ti evita la concorrenza internazionale, il rischio d’impresa con l’appalto truccato, il concorso farlocco per il figlio laureatosi in dodici anni, e altre note cose. Se non si farà davvero una lustrazja, come avvenne in Cecoslovacchia dopo la fine del dominio sovietico, non se ne uscirà mai da questo gioco che ci piace tanto: la moralina delle masse che poi chiedono ai politici di nascosto proprio quello che gli rimproverano in pubblico.
Soluzioni? Nessuna immediata. A lungo termine, una “tecnicizzazione della politica” che eviti l’eccesso di rappresentanza elettiva. Se devo credere nei miracoli, preferisco la Transustanziazione alla “Volontà Generale” di Rousseau. Poi, più concretamente, una normativa nazionale e internazionale (europea) sulle finanze locali, con un limite all’indebitamento locale e un ancor più netto limite alla tassazione locale. Limare le unghie.
Ma prepariamoci al peggio.
 
[22 dicembre 2008]