Titti Follieri, Piccoli smarrimenti quotidiani

“Su una campagna all’ora del tramonto tre cavalieri su cavalli bianchi al galoppo… l’immagine rimandava ad un simbolo più generale, quello del viaggio e dei viandanti. Erano due uomini e una donna? Insieme a vivere l’avventura dell’erranza?” Così Titti Follieri nel racconto “Per Kandinskji”, nella raccolta “Piccoli smarrimenti quotidiani”.
Con attenzione ad ogni messaggio che provenga da persone, gesti, cose, la Follieri indaga nell’oscuro dei comportamenti umani, con una prosa che procede scavando lentamente. Il viaggio può dunque diventare il simbolo e l’oggetto di questo narrare, sia quello reale -molti racconti della seconda parte ci portano in India- sia soprattutto quello interiore, non disgiunto dal precedente.
Di fronte alla solitudine esistenziale, agli individualismi, alla mancanza sempre più preoccupante di sensibilità nei confronti degli altri, l’unica sicurezza rimane la piena presa di coscienza di noi stessi, del nostro percorso, in modo da essere capaci di riconoscere la bellezza fino alla commozione, o di ripercorrere nel ricordo le occasioni e le relazioni intrecciate, con la certezza che abbiano comunque arricchito la nostra vita. Ma soprattutto in grado di apprezzare la nostra libertà di persone che rifiutano ogni vincolo che opprima, fuori da ogni gabbia, pronte ad apprezzare “la gioia di abbandonarsi all’esistenza”.
L’arte, la pittura che fissa la bellezza, sono una costante di questi racconti introspettivi e talora magmatici, che avanzano con frequenti flashback, carichi di una fisicità e di una sensualità palpabili. Il corpo è lo strumento per ritornare in possesso di sé stessi, nel viaggio che è la nostra vita, l’immaginazione e il sogno sono la cura per l’anima: “curare l’anima, cibarla di una attiva immaginazione”.
Attraversati da una malinconia diffusa, questi racconti ci lasciano a riflettere su una verità che è davvero un privilegio: come sia prezioso il dono che ci è concesso ogni volta che possiamo “salutare il sole al tramonto, ringraziandolo d’essere stato ancora una volta testimone d’un altro giorno che abbiamo trascorso in vita”.
Marisa Cecchetti

