Tiziano Fratus, IL RESPIRO DELLA TERRA

Edizioni Torino Poesia, Torino, 2009, pagg. 219, Euro 13,00
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«Un tributo alla terra, una geografia umana e naturale in versi». Questo è quanto riporta la quarta di copertina. Ma non basta a definire questo corposo nuovo volume di Tiziano Fratus, poeta piemontese poliedrico (si è occupato di teatro e forse se ne occupa ancora, ha fondato e dirige le Edizioni Torino Poesia, cura eventi, festival e molto altro ancora). Aprire un suo libro ed immergersi nella lettura è come entrare in universi lontanissimi, smettere di leggere poesia e iniziare a vivere dentro una storia, una somma di storie. 

Il libro è diviso in più capitoli alcuni dei quali divisi in sottosezioni e la costellazione fantastica e grandiosamente reale (ed umana) che Fratus dispiega sono caleidoscopiche, tanto diverse e lontane quando accolte nell’attenzione, quanto coese e perfettamente unite nella “narrazione” poetica. Coglierò degli esempi dalla note finali per essere più chiaro: una malattia epidermica chiamata peste del gambero, ricordo d’adolescenza del Fratus, spinge nella ricerca arrivando a scoprire che nel 1860, quando si importavano specie di gamberi americani, queste erano infette da un fungo e da allora, ciclicamente, questa malattia colpisce e falcidia il numero dei gamberi presenti in Italia ed Europa. Oppure: in “Poema della Caccia” i movimenti ispiratori sono la poetessa e drammaturga Chiara Guardacci quanto Robert Redford in “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Per la sezione “La messe americana” al centro è l’osservazione dell’America durante un viaggio legato alla presentazione di un libro del Fratus tradotto in inglese e lo sguardo ferma, annota, raccoglie quell’energia di una nazione galvanizzata dall’avvento di Obama che sembrava cancellare otto cupi anni di amministrazione Bush. Per la sezione “Le orche vernacolari”(nessuna parentela con l’Horcynus Orca di D’Arrigo, precisa l’autore) tra le decine di indizi eccone poi uno che rinnova quella magia che non aspetteremmo: l’Orca Old Tom, esemplare adulto, usato per la caccia alle balene nel Nuovo Galles del Sud (Australia)  tra il 1843 ed il 1932 il cui scheletro è ora conservato in un museo. E poi il piemontese Lago di Orta, il pittore Mario Calandri, una libreria a Chicago, un articolo del Times Literary Suplement, le opere di Andrew Wyeth, “Into the Wild” di Sean Penn, fotografie, luoghi, persone, conosciute o scoperte, leggendarie o straordinariamente anonime.
Il risultato è una narrazione in versi elegante, semplice, mai scontata, un parlato che arriva al centro della storia, sia che sia uno scrivere in prima persona che un usare il libero indiretto. Su tutto però è sempre la terra ad avere respiro, è una fermezza nonostante il brulicare degli eventi umani. Una costanza silenziosa dal lungo fiato, sia che venga palesata per evocazione diretta che per interposto accadere. C’è sempre e sempre ritorna, non prevarica anzi è spesso vittima. E non lamenta. Il respiro della terra, sembra voler suggerire Fratus, è quel respiro che permette a noi di avere respiro anche se non ne accorgiamo, anche se dimentichiamo, anche se ignoriamo volutamente o da scellerati distruggiamo. Un monito che ci arriva con leggerezza, senza talebanismi. Compito di Fratus è creare magia per mezzo delle parole e lo fa: dispiega eventi su eventi su eventi ed eccoci trasposti in un mondo parallelo e vivido.
 
Della poesia di Fratus me ne sono occupato in passato in più riprese e credo che continuerò a farlo a lungo: ha la capacità di stupirmi ed è uno dei poeti più prolifici (ma efficaci) che io conosca. E non ha tradito la mia attenzione e curiosità, mai.

Fabiano Alborghetti