Tonino Vaan, COSMESI

Immaginiamo che questa non sia una recensione ma un percorso, un percorso che segue le strade suggerite da COSMESI di Tonino Vaan (L’Arcolaio, 2008), e che come tutti i viaggi inizi con una preparazione ed una partenza. La preparazione sarà incuriosirsi delle citazioni che aprono il libro e ne seguono in molti passi il dipanarsi, e potrà sembrare strano cominciare proprio dalla definizione di cosmesi, “l’arte che cura la conservazione della freschezza della pelle e della bellezza”. Ma subito saremo avvisati che c’è chi “si rende bello seguendo criteri del tutto diversi”, e la lettura si annuncia come un addentrarsi dentro la diversità.
La partenza invece sarà una stanza illuminata da neon lunari, che tanto ricorda la “solenne miseria” di Antonella Anedda. Però non siamo in un ospedale, forse piuttosto nella cucina di un uomo che ha già dichiarato come il rapporto con il padre lo abbia lasciato inaridire: “… In questo clima abbiamo imparato a respirare …” ”… a renderci belli con poco.” Un uomo che immaginiamo solo ma che non è solo davvero, pieno com’è delle citazioni che sono parte del testo, quasi le parole non si bastassero, pieno di una desertificazione dell’animo dove condensano pensieri incerti. A poco a poco si viene a comporre il mosaico delle figure e delle situazioni che ha vissuto, una muta presa di coscienza del dolore che non si trasforma né in facile speranza né in rassegnazione, ma nel gesto di osservare, “come se da quel frammento schiantato / da mille risposte mai avute / svanisse ogni fretta spicciola di giungere a conclusioni”. Il senso primigenio della scrittura è accostare gli oggetti e le immagini per capire la materia di cui è costituito il vuoto, “qui, il vuoto parla eccome.” È un lavoro di sottrazione, calcificazione, fatica, dove le “cancellature in armonia” devono comporre il puzzle.
D’improvviso si affaccia il dolcissimo ricordo della sorella, disegnato con una rabbia appena placata e colta nel momento in cui cerca di diventare memoria; da qui, come se l’autore avesse pagato un pegno verso il proprio passato, lo sguardo si rivolge fuori, verso la società del profitto, che “costringe / ad un cieco viaggiare palombaro”. Il senso di asfissia che ne deriva implica la necessità di respirare, e respirare significa resistere, resistere, resistere. Dall’esperienza personale si scivola dunque verso una visione etica dell’esistenza come condizione necessaria per una forma di libertà individuale che però non diventa né fuga né salvezza. Non ci sono facili illusioni in Tonino Vaan, anche perché l’autore sa bene che “non ci sono scale al cielo”; ma ciò non toglie che sia indispensabile dare un senso allo stare qui, nella convinzione che si possano aprire possibilità per scendere – più che salire – dal cuore in giù, dove “un respiro proteso sul dettaglio di una nuvola / ne comprende lo spazio.”
Si deve comunque tenere la rotta, e scriverne è un modo per cercare la misura: onesta è un aggettivo che forse di letterario ha poco, ma che bene descrive la poesia di Vaan, sincera, spietata, confusa perchè confusa a volte è l’esistenza. La nudità dell’autore è il luogo da cui acquista dignità l’atto di osservare, che “prevale e resiste / come una storia d’amore”. “Affacciamoci / dove la grande schiera degli astenuti / ha lasciato aperta una finestra”, coraggio affacciamoci, dovremo essere pronti a rispondere quando ci sarà qualcuno che chiama. E da qui Vaan osserva: paesaggi, piscine, attimi, foto, un caleidoscopio di oggetti e persone che solo a volte diventano coppie, un lui e una lei e la distanza che unisce e separa. È lontana dal linguaggio dell’autore la tentazione di assumere un ruolo profetico, perché se la scrittura rivela lo fa attraverso la propria umiltà, il divenire carne rabbiosa, ironica, disincantata. “Noi non abbiamo l’ambizione d’insegnare / andiamo facendo da mesi le nostre cose in giardino / per trovare il modo migliore di esporre alla luce / la terra intera che ci vive”: come suggerisce l’ultima fra le citazioni, quella di Andrea Pazienza che non a caso chiude il libro, riconoscere i propri limiti significa combattere strenuamente dentro di essi per quanto ci è dato di fare, e proprio al come “ci è dato di fare” Tonino Vaan sa dare un corpo ed una voce viva.
Francesco Tomada

