UE FIscal Compact, piccole Grecie crescono

di Marco Giaconi

Quando si parla di economia, in UE, è bene fare come nell’autobus 64 dell’ATAC romana, stare sempre molto attenti al portafoglio. Il Fiscal Compact comunque consiste in una serie di norme che dovrebbero migliorare la governance economica dell’Eurozona, soprattutto dal punto di vista fiscale. D’altra parte, chi ha pensato che bastasse una sola moneta per portare una convergenza rapida e progressiva delle politiche di spesa e fiscali della UE dovrebbe essere cacciato a calci da qualsiasi esame di economia politica. Coi tempi che corrono, temo che dovremmo sistemare le terga dei docenti. Si tratta, è questo il fine, di avere il deficit pubblico in equilibrio, per evitare evidentemente la concorrenza, spesso sleale, tra i membri UE per acquisire, con la stessa moneta a valore esterno, cioè l’Euro, finanziamenti ugualmente esteri per il proprio deficit strutturale di bilancio. Se il debito supererà il 3% del PIL, il che dovrà essere sancito da una legge costituzionale, scatteranno multe comunitarie pari allo 0,1% del PIL del Paese che non abbia raccolto abbastanza tasse interne. Ovvero: la credibilità finanziaria ognuno se la fa in casa propria, e poi, tramite questa affidabilità raggiunta, chiede soldi in prestito, non si capisce bene, dalla normativa “fiscal compact”, se alla BCE di Francoforte o sui mercati internazionali.
In uno splendido racconto, lo scrittore inglese Will Self (quando si dice un destino nel nome…) dal titolo pompous “A Story for Europe” (Bloomsbury, London, 1996) narra di un bambino inglese nato nella solita coppia di “precari” o “sfigati” che inizia a parlare un perfetto tedesco degli affari, mentre un Herr Doktor Zweijerig (“di due anni”, in un tedesco volutamente errato) si beve il cervello e in un tripudio di Audi e di grattacieli della “Mainhattan” francofortese comincia a gorgogliare nonsense come, appunto, un bambino di due anni del tutto normale, anche se inglese. Bene, non vorremmo che queste normative così rigide, che se funzionano non hanno effetto sui mercati, ma se funzionano schiantano l’economia di un Paese UE senza particolari effetti positivi sui concorrenti mascherati dell’Eurozona, fossero state pensate dall’Herr Doktor und Professor Zweijarig.
Con lo sfondamento del 3%, gli stati della UE si impegnano ad approvare le raccomandazioni della Commissione Europea, che potranno essere bloccate solo con un voto a maggioranza qualificata contraria. Per il debito pregresso, il progetto della Commissione predispone un limite massimo del 60% in futuro, in rapporto al PIL nazionale, con un ritmo medio pari ad un ventesimo l’anno. Si valuteranno i “fattori rilevanti” del ciclo economico internazionale, il che significa che la finanza internazionale avrà modo di manomettere i fondamentali di ogni Paese UE quando parrà opportuno, per poi generare un processo al ribasso in tutta l’Eurozona. Piccole Grecie crescono.
Il criterio di base, come abbiamo già detto, è quello del pareggio di bilancio. Ma, dato che alcuni comparti della Pubblica Amministrazione sono strutturalmente in deficit (la sanità, per esempio) si deve presupporre che una parte dei produttori di reddito nazionali si “facciano carico” dei sovracosti dei settori in perdita, il che presuppone, se vogliamo la famosa “crescita”, salari e stipendi stabili o in aumento, per garantire la tenuta del mercato interno, mentre si pagano le bollette dei settori in perdita strutturale.
Oppure, cosa ne facciamo dei settori infruttiferi? Li privatizziamo? E dove sono le liquidità, oggi, per sostituire la spesa sanitaria pubblica, anche se inefficiente e talvolta paracriminale, con i risparmi privati, che ormai stanno scemando? E come si “tengono li stati”, per dirla con Machiavelli, se non si garantisce almeno il Pronto Soccorso?
Il fatto è che l’Euro, malgrado sia nato sull’onda delle teorie di Mundell sull’area ottima della circolazione monetaria (v. articolo del Premio Nobel per l’Economia del 1999:  http://www.sonoma.edu/users/e/eyler/426/mundell1.pdf), non è e non può essere un’area “ottima” per la sua circolazione. A parte l’uscita dal Fiscal Compact di Gran Bretagna e Repubblica Ceca, e i forti dubbi della Polonia, l’Euro non garantisce la libera circolazione dei beni e dei servizi, perché ogni Paese, compreso il nostro, protegge i suoi campioni nazionali.
L’Euro è sottovalutato per la Germania, che ha un avanzo primario della sua bilancia dei pagamenti (la differenza tra le entrate e le uscite pubbliche al netto degli interessi sul debito ) in attivo di 150 miliardi di Euro, mentre l’Italia ha un passivo corrispondente di 75, mentre ancora  l’Eurozona è in passivo per 50 miliardi di Euro. Quindi, l’Euro è una zona nella quale si materializza la concorrenza tra i Paesi UE, non la loro collaborazione, e con ogni probabilità il fiscal compact verrà utilizzato per deprimere le economie concorrenti nell’Eurozona, sostenere con una moneta globale il proprio export, garantire che il rapporto Euro-Dollaro, asse della finanza globale contemporanea (i cinesi e i russi fanno affari proteggendo la loro moneta, mica fessi) sia ottimale, senza far ricorso a “monetine” che sarebbero spazzate via con perdite sanguinose, sia stabile e favorevole alla UE, mentre le finanza internazionale seleziona i mercati “ottimi”.
Insomma, ritornare ad una lira sarebbe una perfetta sciocchezza, faremmo la fine non della Grecia, ma dell’Argentina dopo la “dollarizzazione” del ministro Cavallo, mantenere la linea dell’Euro attuale significa pagare i costi della espansione globale dell’export tedesco senza averne vantaggi. La linea di Mario Monti è sul filo del rasoio. Intanto, comunque, ci ha salvato dal Dulcamara brianzolo.

[18 febbraio 2012]