Umberto Cecchi, LE CENERI DEL BAOBAB

Vallecchi, Firenze 2008
narrativa
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Umberto Cecchi è stato direttore del quotidiano La Nazione e poi senatore della Repubblica per Forza Italia. È sempre stato un giornalista, e con questa passione addosso ha attraversato la vita. Non sapevamo che Cecchi avesse un’altra passione, più nascosta ma altrettanto forte: l’Africa.Sì, era stato inviato nel continente nero per vari anni e anche in Asia, se è per questo, ma non immaginavamo un’intenso riferimento come ci fa capire il suo nuovo libro dedicato ai safari in compagnia dei masai, alla sottrazione di una mucca, alla falsità dei bracconieri, all’occhio alto e algido del kilimangiaro, alla guerra fra i babbuini, e molto altro ancora.

“Il leone era inquieto quella notte. Avevo ascoltato a lungo i suoi brontolii carichi di minacciosi avvertimenti, cercando di fare come Kimani, che capiva quel che raccontano i leoni. Eppure erano i ruggiti delle femmine, più brevi e meno sonori, ma evidentemente legati alla conduzione della famiglia, a mettermi dentro una profonda inquietudine. Il leone lanciava messaggi di potere per attestare la sua presenza sul territorio, quelli delle femmine, invece, erano messaggi brevi, grida di guerra per avvertire che erano in caccia”.
Il racconto di Cecchi è un misto di riflessioni sulla vita quotidiana in Occidente, sulla sua vita italiana, e i limiti delle scelte africane. Oltre a tornare su elementi passati di certe guerre sanguinose come quella in Rwanda, di cui Cecchi era stato testimone. Ma in questo libro si evidenzia che quando la vita si riduce ad alcuni essenziali elementi non ci sono mezzi di comunicazione per sfuggire alla conta delle cose.
L’autore è un uomo di cenere perché non riesce a inserirsi appieno nella filosofia del safari. Più che un uomo dell’azione è un osservatore, colui che guarda e commenta. La figura del protagonista ha un attegiamento riflessivo, ed è il suo approccio più lento ma più profondo alle cose del viaggio. Dentro questo racconto ci sono i paesaggi e la natura dell’Africa, ma anche le controversie delle relazioni tra europei e tra tribù diverse di masai o di moran, dove si capisce che le identità e la difesa del territorio sono elementi universali per mantenere viva una comunità, soprattutto quando è piccola.
Alla fine l’uomo di cenere riuscirà a sparare e far felice l’amico Kimani.
“Un colpo solo, sarebbe bastato un colpo solo per farla esplodere come un vaso di coccio. Per svuotarla del bene e del male. Premetti con delicatezza il grilletto e ascoltai il colpo esplodermi davanti e il calcio battermi duro contro la spalla. Ero esausto. Svuotato. Mi parve di sentire l’eco dello sparo perdersi fra gli anfratti del monte. L’orice cadde fra il verde, scalciò appena e rimase immobile. Non ero più un uomo di cenere da deridere ai fuochi semispenti nelle notti di luna. Kimani corse gridando verso l’animale caduto, seguito dai due masai. […] Ebbi voglia di piangere e ridere nello stesso tempo. Sentivo i tonfi sordi del cuore andare per conto loro, come impazziti, senza più ritmo. Il sudore mi bruciava gli occhi. Ero sfinito”.

Alessandro Agostinelli