Un paese disperato

Alessandro Agostinelli

Che democrazia è mai – dirà qualcuno – quella dove un giudice, a qualche settimana dalla pensione, butta giù il governo nazionale?
Sì perché, nella meccanica degli eventi, è andata così: la moglie di Mastella viene messa gli arresti domiciliari, lui viene indagato, si dimette e fa cadere il Governo più traballante degli ultimi due decenni repubblicani.
Ecco perché da oggi si potrà dire che in Italia non c’è democrazia: perché un giudice fa saltare il Governo centrale; perché il problema, in questo Paese disperato, è quel giudice e non chi commette illeciti. In Italia, chi è indagato si sente sempre autorizzato a fare cagnara.
E Mastella ha buttato tutto alle ortiche, anche gli interessi nazionali, per un piccolo orticello di consensi o di reputazione, ancorché squallida.
A mettere in fila tante notizie di queste ultime settimane c’è da impensierirsi. La gente che lavora muore del proprio lavoro. Sono sempre di più i disoccupati senza prospettive. Chi guadagna 1200 euro non arriva in fondo al mese. Una delle maggiori regioni della penisola è oscurata e mortificata dalla spazzatura. Il presidente della Regione Sicilia festeggia una condanna a 5 anni (ancorché di primo appello), salvo poi ripensarci e dimettersi. La Chiesa spinge come non mai per la revisione di due questioni che hanno fatto maturare la società civile italiana: aborto e divorzio. Gli intellettuali disquisiscono come se vivessimo in un circolo letterario, mentre la società nazionale ruggisce di violenza sotterranea, piange di miseria sempre più diffusa, naviga in un’ignoranza sempre maggiore.
Viviamo in un Paese disperato, che mai come oggi avrebbe bisogno di unità, mentre ormai ognuno ragiona per se stesso, ciascun gruppo o partito o chiesa o associazione pensa soltanto al proprio interesse, con scarsa propensione alla mediazione al pieno riconoscimento delle diversità e dell’altro.
Fa paura pensare alle elezioni in una melma così subdola, in un clima di incertezza così forte. Eppure nessuno sa indicare una strada. Tutti pensano a se stessi, alla loro parte.

[27 gennaio 2008]