Universitas Italica

di Marco Giaconi

L’università italiana è una associazione a sdilinquire di stampo noioso. Come sempre accade, dalla Cassa Integrazione Guadagni alla Cassa per il Mezzogiorno, quando c’è una pressione eccessiva alle porte di un Ente pubblico, la classe politica apre tutte le entrate e fugge. Zane, Zane, ouvre le chiens. Non è la “rivoluzione passiva” teorizzata, sull’onda delle analisi di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799, da Antonio Gramsci. Tutt’altro: è stupidità attiva, menefreghismo, faciloneria, odio per la cultura che non fornisce tangenti come gli appalti o prebende inutili nelle Casse di Risparmio. Il titolo conseguito nelle scuole si abbassa così di valore, ma nessuno se ne accorge in tempo, il mercato presto si richiude, la gente ha l’apparenza di quello che voleva, democraticamente, ma che oggi non vale più nulla. La logica delle svalutazioni competitive applicata alla Pubblica Amministrazione. L’Italia, paese dell’export, per tenere i mercati esteri rispetto ai concorrenti europei abbassava il cambio della lira, così tutto ritornava come prima, ma con i prezzi inflazionati e gli stipendi che si gonfiavano di cartaccia inutile, tanto il valore reale rimaneva lo stesso. Una Repubblica di Weimar a lenta corsa, come quei siluri della seconda guerra mondiale che furono poi detti “maiali”. Era prima dell’euro, ma era cosmetica. La gente guadagnava meno, il debito pubblico si svalutava con la lira, ed erano tutti felici e contenti, nel Paradiso degli Sciocchi della Prima Repubblica. Lo stesso criterio è stato applicato alla scuola e all’università. E l’euro non ha portato buoni consigli, perché, come mi insegnava Ian Budge allo European University Institute di Firenze, il politico “vuole solo la rielezione”, e per averla spende soldi non suoi come se fosse una cornucopia umana. E quindi l’Università italiana è rimasta una Cassa del Mezzogiorno per sedicenti intellettuali. Vuoi andare a studiare il Neoplatonismo o l’Analisi Armonica? Nessun problema, andrai in un ateneo, e lì troverai una laurea svalutata come la lira, o come il valore esterno del nostro euro, perché ce ne sono troppe, inutili, il mercato non può selezionare The Best and Brightest, ma tu però potrai sedere al tavolo del bar e concionare come un “intellettuale”. In Italia, oggi, i corsi di Laurea sono 9.500. Le Università sono 90, con ben 330 sedi distaccate e 170 mila insegnamenti attivati. In tutti gli altri Paesi europei, gli atenei sono circa la metà di quelli italiani. Siamo un paese di santi, poeti, navigatori, laureati. Ormai le sedi universitarie sono più diffuse delle Stazioni della Benemerita, non sappiamo con quanto maggior beneficio per la popolazione. 37 sono i corsi di laurea con un solo studente, accudito, immaginiamo, come un gracile fantolino, 323 corsi di laurea non superano i 15 studenti iscritti, 20 le università italiane sull’orlo della crisi finanziaria ma, negli ultimi sette anni, sono stati banditi complessivamente concorsi per 13.232 posti per professore ordinario o associato, ma sono stati 26.004 i “promossi”. Nel 99,3% dei casi, come è ovvio, sono stati dichiarati vincitori senza che i posti fossero disponibili. Non a caso, la ricerca annuale della LUISS sulla “classe dirigente” accoglie, di tutta questa metropoli accademica, solo una selezione di 500 professori. Gli altri sono, come diceva Schopenhauer di Hegel, solo degli “impiegati dello Stato”. Con questi numeri, il Paese delle Meraviglie accademiche illude non solo la studentessa Alice, ma anche, ormai, il Cappellaio Matto. Per coprire le nuove qualifiche, i costi del personale sono aumentati, nel settennato di cui stiamo parlando, di 300 milioni di Euro. Sul piano della domanda di istruzione superiore, negli ultimi quaranta anni, il rapporto tra coetanei e laureati è passato in Italia dal 5,7% al 40,6%. C’è il calo del numero dei nati, che permette alle famiglie di mantenere il Figlio Unico all’Università, c’è il boom delle maturità, che ormai raggiungono l’80% della popolazione giovanile delle coorti di età tra i 18 e i 19 anni, mentre la disastrosa riforma del 3+2 ha prodotto un aumento del 17% nel rapporto tra laureati e matricole. Non vale qui la geremiade di certi professori, che spesso sono arrivati alla cattedra per trascinamento, come nella pesca ai cefaletti, spigole e dentici, che l’università debba diventare una “struttura di acculturazione di massa”. Non è nata per questo; e per svolgere questa funzione basta e avanza la scuola media superiore. Se ben fatta, naturalmente. Poi ci sono i mass-media, le biblioteche, i Maestri che il ragazzo dotato, con l’istinto infallibile degli Illuminati, si sceglierà nella sua iniziazione al sapere. Piccoli Kaspar Hauser crescono. Come disse il grande giurista e ministro per la Pubblica Istruzione Paolo Rossi, nel discorso di insediamento ai dirigenti del suo ufficio, “noi siamo inutili. Il ragazzo capace troverà da solo la strada della sua formazione, mentre per gli altri nessun corso di studi potrà trasformarli”. Se si vuole creare la “uguaglianza degli accessi”, non si lascia incustodita l’entrata, come negli ultimi minuti di certe partite di calcio. E, peraltro, chi conosca la storia dell’università italiana sa bene che, prima del sessantotto, gli studi superiori sono stati un notevole ascensore sociale per i figli di quei ceti popolari che avessero doti specifiche.
Che fare? Tre cose subito, prima che le barzellette sulla Benemerita si trasferiscano al mondo universitario. Eliminare il valore legale del titolo di studio, sia del triennio che del biennio di cosiddetta specializzazione. Qualcuno ha ipotizzato che si possa arrivare a questo risultato senza modificare le normative già vigenti. Sabino Cassese, in un suo articolo sugli “Annali dell’Università Italiana” del 2002, afferma che nel nostro ordinamento non esiste un valore legale generale dei titoli di studio, che hanno solo valore accademico. Ma le normative quali quelle, come al solito, scritte con i piedi, degli ultimi anni, affermano l’esistenza di un “valore legale” in senso lato. Si potrebbe, invece, stabilire una graduatoria ufficiale degli Atenei, magari quella della ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) che potrebbe essere largamente diffusa nelle scuole medie superiori e favorire la scelta delle famiglie. Con l’abolizione del valore legale, si attuerebbe immediatamente un meccanismo di concorrenza virtuosa tra gli atenei. Questo è il primo punto nel programma della Ricostruzione degli atenei, distrutti dal “bombardamento a tappeto” non del colonnello Harris, come Dresda o Bologna, ma dalla guerriglia del sessantotto e dall’incuria analfabeta e demagogica della Prima e della Seconda Repubblica.
La seconda operazione di Rettificazione del Pensiero, come l’avrebbe chiamata Mao Zedong, è quella della fine di un tabù. Si tratta di applicare il Numero Chiuso a tutte le facoltà. Si definiscono i criteri, con gli indicatori ISTAT, della richiesta di mercato reale per le varie lauree. Poi, anno per anno, e con criteri restrittivi, si definisce il numero dei posti disponibili al primo corso. Gli esami all’entrata sono tali da mettere alla porta i matti delle giuncaie, i curiosi senza costrutto, in genere tutti coloro (e oggi sono tanti) che si iscrivono ad una facoltà per “saperne di più” su un determinato argomento. Chi si laurea in letteratura latina non è uno che si è “informato” su Catullo o Svetonio, è invece un latinista, sia pure alle prime armi. Naturalmente, nessuno può legalmente impedire che i curiosi seguano i corsi, ma una cosa è il titolo, con la sua efficacia di mercato, altra è la funzione di tricoteuse della cultura. Oggi, chiunque si può iscrivere a Storia medievale, per esempio. Magari con il diploma di un Istituto Alberghiero. Allora passerà un anno a capire di cosa si tratta, poi gli altri a farsi quelle ossa che un liceale ha calcificato nel suo classico o scientifico. Ma a cosa serve? Lui potrebbe, nel frattempo, fare il saucier, lo chef alle salse, come Ho Chi Minh al Carlton di Parigi, leggendosi tra una gremolade e una Mornay (la maionese con il parmigiano e il gruyère) qualche bel libro su Federico II di Svevia. Stupor Mundi! L’importante è che non impazzisca la maionese.
Ovviamente, l’università di massa ha tutto l’interesse ad abbassare il livello degli studi, perché così molti pueri si iscriveranno, pagheranno le tasse, il ministero vedrà i grandi numeri e, come al solito, sgancerà i fondi del FSO, Fondo di Finanziamento Ordinario. Una macchina da Weimar a lenta corsa. Sinite parvulos… come aveva detto il Figlio dell’Uomo. Ma Lui non truffava.
Terza fase della Rivoluzione dovrebbe essere quella di sostituire, appena possibile e nelle materie più adatte, gli accademici pensionati con quelli che si occupano della realtà effettuale della cosa, per dirla con Machiavelli. Ci sono molte aree tematiche che hanno una vasta comunità di studiosi nel mondo reale, non nel suo specchio rovesciato dell’Accademia. La storia della Germania moderna, è inutile che si metta a concorso con qualcuno che arriva, bel bello, dal nulla al quale ritornerà. Ci sono brillanti diplomatici, già ben stipendiati altrove, che per un quid meno costoso e, soprattutto, meno obbligante dello stipendio da pagare sine die a qualche nowhere man, possono spiegare la Germania contemporanea quali novelli Taciti. Questo vale nel management, in molte tecnologie, in gran parte delle Scienze Politiche. Si tratta di trovare le forme, come la vecchia e mai abbastanza rimpianta “libera docenza”, che permettano all’Università di rifornirsi di ottima merce intellettuale, evitare camarille e inflazioni di cattedre, rendere impossibile poi quella che un giornalista del corriere.it ha chiamato, in un suo libro, Parentopoli (Nino Luca, Parentopoli, quando l’università è un affare di famiglia, Venezia, Marsilio 2009) e evitare di dilapidare il pubblico denaro per produrre lauree che, in linea di massima, valgono come i soldi del Monopoli.
 
[2 marzo 2010]