Uomo dell'anno 2009
Gli americani, con il loro candore da “innocenti all’estero”, come recitava un titolo tra i più esilaranti di Mark Twain, hanno elaborato complicate statistiche per stabilire chi sia stato “l’uomo dell’anno” nel 2008. Nessuno ha ancora scoperto come le tirino fuori (a Time e a Newsweek), ma il 2008 era inevitabilmente pieno, per gli USA, del faccione di Barack Obama. Noi invece che siamo “carnefici europei”, per usare la formula controrivoluzionaria di Whitman, tentiamo un’altra operazione: chi sarà l’uomo che caratterizzerà il 2009. Ma per farlo occorre un apparato predittivo che abbia le sembianze della razionalità.
Iniziamo dalla nostra sempre più provinciale penisola. In Italia, è prevedibile che il fratello meno brillante di Valerio Veltroni rimarrà in sella fino alle Europee e perfino oltre. Il Pd rimarrà un cartello, che si ritrova, come certe famiglie sfasciate, solo per le Feste comandate, cioè le elezioni. Quindi un leader debole e sfocato permette la sintesi tra la cultura democristiana, che ha sempre odiato il leader unico (si pensi alla fine di Fanfani) e quella comunista, dove il leader era tale solo se incarnava tutto il Partito. Quindi il fratello di Valerio Veltroni non sarà l’uomo del 2009, nemmeno in Italia.
Silvio Berlusconi potrebbe essere, nel nostro paese, l’Uomo del 2009 ma il sogno vero del cavaliere è la politica estera, le pacche sulla spalla a Vladimir Putin, i cadeaux a Obama, i fuochi d’artificio sardi per Blair. Insomma, Silvio Berlusconi vorrebbe essere l’Uomo del Secolo, il leader della galassia, il Presidente del Consiglio di Dio, il Ministro senza Portafoglio dell’Alpha Centauri. Un anno non gli basterebbe.
Gianfranco Fini vuole essere l’Uomo dell’anno in cui Silvio Berlusconi si toglierà dalle balle per ascendere al Quirinale, mentre un quisque de populo (della Libertà) potrà tranquillamente andare al Governo. Oppure uno dell’opposizione, per Gianfranco fa lo stesso. E non è detto che l’anno magico di Fini sarà il 2009, anzi.
Massimo D’Alema è un vecchio comunista: senza un partito, senza un piramidone organizzato e verticale, nel mondo dei partiti liquidi e spesso maleodoranti non ci si ritrova. Continuerà a fare le sue analisi sottili, sempre più sottili, ancora più sottili, fino a che diverranno invisibili. Anche lui sogna la politica estera, ma la sognano anche altri, nel mondo, più potenti di lui. Un 2009 di analisi dotte, sorrisini sarcastici da vecchio normalista di razza, presentazioni di libri propri e altrui, interviste al Corriere della Sera, citazioni mussoliniane (le “iene dattilografe”). Proprio come il 2008.
Per gli altri, nessun 2009 degno di nota, visto che si limitano a galleggiare seguendo le regole dello star system applicato alla politica.
Fuori d’Italia, il panorama si complica. Barack Obama è alla ricerca di un settore economico per costruirci sopra una bolla speculativa che assorba l’attuale massa di carta straccia commerciale che gira per il mondo, spesso prodotta da quella Wall Street dove arrivarono gli invasori inglesi, agli inizi del XIX secolo. Se riuscirà a convincere la Cina a sostenere ancora il debito pubblico USA, mentre Pechino già pensa all’Asia Centrale, all’Iran, all’Africa e a un duopolio finanziario con l’UE, allora Obama ce l’avrà fatta. Altrimenti dovrà ripensare l’organizzazione finanziaria americana, e chiudersi nel suo guscio della Dottrina Monroe, e gli USA così se ne andranno dai quadranti politici e militari che contano, sempre più costosi, incerti, instabili. Non tutto è rosa nel futuro di Obama, e il 2009 ce lo dimostrerà. Ma il nuovo presidente USA ha capacità di leadership, che si potrebbe definire come gli etologi denominano l’intelligenza: la “facoltà di adattarsi creativamente alle mutazioni ambientali impreviste”.
Vladimir Putin, lui è un capo fin dalla nascita. Ha studiato nelle scuole giuste, il Primo Direttorato Centrale del KGB, quello delle “operazioni attive” all’estero, il che significa che, di fronte a lui, ogni capo politico di oggi fa la figura di un pittore della domenica rispetto a De Chirico. Se rimarrà in sella e arriverà al suo obiettivo, quello di creare l’Eurasia fondendo la strategia dell’UE con quella della Grande Madre Russia, avrà vinto il titolo.
Angela Merkel è brava e intelligente, e potrebbe usare la ritrovata potenza economica tedesca per cementare l’Europa e allontanare i pericoli della finanza allegra di New York. Ma un 2009 da solo non basta.
Nicolas Sarkozy, nei momenti liberi lasciatigli dalla tenera compagnia della sua nuova e terza moglie, nei buchi della giornata liberi dalle riunioni condominiali per la villa di sua suocera a Cap Négre, nelle fasi di distensione successiva alle sue sgambate mattutine, immediatamente prima di una doccia ristoratrice, potrebbe fare il leader europeo, oltre che francese. Le sue scelte di trasformare il sistema difensivo nazionale, e di espandere il “braccio lungo” della Francia fino al Mar Cinese meridionale, sono belle idee, ma la politica estera è lavoro di tutti i giorni, e duro, non un intermezzo tra una canzone della consorte e l’altra. E poi, come a tutti gli americanofili francesi o italiani, gli mancano la vista machiavellica sui rapporti di forza e le scelte a lungo termine (gli manca un tratto gollista). La politica estera non si fa solo con i “diritti umani” per lo stesso motivo per cui “cum le parole non si mantengono li stati”, come avrebbe detto l’autore del Principe.
Hu Jintao dovrà dimostrare, proprio nel 2009, di essere il realizzatore delle “Tre Armonie” che ha teorizzato da due anni. Crisi del sistema agricolo, una devastante crisi demografica e quindi pensionistica, un colossale divario tra città e campagna in Cina, la corruzione endemica del Partito e dello Stato metterebbero alla prova chiunque, anche un grande uomo di stato come Hu. Un 2009 di attesa e di realizzazioni che si vedranno nei prossimi anni, non subito, se ci saranno.
Tzipi Livni potrebbe essere “l’uomo dell’anno” 2009, ma solo se sarà a capo del governo israeliano, e lo sapremo dopo le prossime elezioni. Intelligentissima, ministro degli Esteri di Tel Aviv, affascinante, determinata, con un curriculum nei Servizi. È a lei che conferiamo un titolo presuntivo di “Uomo dell’anno” 2009.
Ma chi è che muove queste carriere, queste ambizioni talvolta sbagliate, le illusioni demagogiche, l’ossessione del comunicare prima del fare, la mania dell’immagine e dell’immaginario, l’ossessione del look, la psicosi del linguaggio politico stereotipato e banale, la sua allucinatoria ripetizione, le frasi fatte, i “testimonial” presi dallo spettacolo, la politica dell’annuncio, insomma, tutto l’armamentario che da Parigi a Roma, da Berlino a Astana (la capitale del Kazakistan) a Pechino, da Londra a Washington D.C. costruisce le carriere politiche e le fa cessare, determina scelte di politica estera e monetaria che avrebbero bisogno di tutt’altri criteri, crea e decostruisce il Potere?
È ovvio, caro lettore e gentile lettrice, è l’uomo-massa fluido, postideologico, lo “sciame” che vaga da una scelta all’altra senza previsioni possibili, la modernità liquida che è fatta di atomi umani instabili. Sono loro, infatti, gli Uomini del 2009, quelli che determineranno le carriere dei nomi che abbiamo visto. Un premio speciale per il 2009 all’Uomo-indifferenziato, a colui che azzererà la nostra civiltà senza acquisirne nessun’altra.
[6 gennaio 2009]

