Valentin Groebner, STORIA DELL’IDENTITA’ PERSONALE E DELLA SUA CERTIFICAZIONE

Casagrande, Lugano (CH) 2008, euro 26,00
saggistica
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È un percorso accattivante quello proposto da Groebner e decisamente ben documentato: nonostante sia ormai un appendice normale della nostra identità, da dove proviene il documento di identità? come si è arrivati all’attuale passaporto elettronico? come si provava l’identità nei tempi passati, in tempi in cui non esisteva la fotografia, né una banca dati centralizzata da dove attingere le informazioni sulla persona? Come potevano noi certificare di essere davvero noi e come poteva farlo il Signor X che con noi intratteneva rapporti commerciali? Era davvero il Signor X oppure un impostore? E si poteva smascherarlo?
Groebner parte da lontano; inizia dalle definizioni individuali e da quelle per la collettività, passando poi attraverso il dipinto e dai ritratti al naturale quando era d’uopo farsi ritrarre contornati da segni distintivi specifici (insegne mercantili, di famiglia o altro), analizza le insegne araldiche passando poi ai sistemi di annotazione nei quali venivano registrati nome, aspetto ed abiti di persone assenti. Ulteriore tentativo di tracciare l’identità Groebner scopre essere quello dei segni sul corpo (tatuaggi, cicatrici, mutilazioni) nonché i colori della pelle. Tutto utilissimo e tutto inefficace.
Verranno usati speciali lasciapassare (passe-partout) ed è golosamente inebriante scoprire cosa conti davvero, se l’identità di chi è dichiarato nel lasciapassare o è piuttosto la firma, il sigillo o timbro di chi il lasciapassare ha emesso ad essere la vera certificazione d’identità. Quei viaggiatori che transitano con visti emessi dal Ducato di Milano piuttosto che dal vescovo di Bamberga hanno identità e sono certificati perché un entità superiore (politica o religiosa) certifica che loro esistono e possono liberamente transitare per mezzo di un loro placet che trova una forma scritta, mostrabile.
Con la nascita dei documenti scritti e dai bolli o sigilli che ne provano la veridicità, ecco apparire di pari passo i falsari.
Il  numero già impressionante di documenti che attestano l’identità o che devono permettere il libero passo per terre o dogane aumenta, diviene incontrollabile e –seppur necessario- al contempo inutile.
Alcune città adottano specifiche certificazioni ad personam per coloro che varcano le porte in entrata, specie coloro che giungono per commerciare. Potranno lasciare la città solo dietro pagamento di una specifica tassa con conseguente rilascio di un nuovo documento da presentare al posto di controllo in uscita. Non è una vera prova di identità. E’ una comprova di avvenuto pagamento tassa ma tant’è: il lungo percorso che ci porterà ai moderni documenti di identità transita anche da qui. Da una parte la rivendicazione dell’autorità di un controllo capillare che coesiste con una prassi imperfetta, contraddittoria e lacunosa dall’altra.
Leggeremo di come verranno introdotti censimenti (diversi nelle aree geografiche europee per modo, assolutamente non contemplati in altre zone), o di come i fogli che attestano l’identità (precursori dell’odierna carta d’identità) cercheranno di riportare sempre più dettagli riferiti alla persona nel tentativo di non lasciare spazio al dubbio. 
Se nel 1789 i rivoluzionari francesi aboliscono le invise leggi regie sui passaporti (del 1623 e 1699) e proclamano la libertà di ogni cittadino alla libera circolazione senza dovere di comprovare la propria identità, gia pochi anni dopo, nel 1792 viene emanata una legge che obbliga i cittadino al possesso di un documento di identità.
E cosa accade in Italia, in Svizzera, in Inghilterra?
Nell’inghilterra dei giorni nostri ad esempio, non era necessario che i cittadini possedessero un documento di identità: era richiesto solo nel caso di un viaggio all’estero (ed ecco l’emissione del passaporto). Per decreto regio, i cittadini della Corona non erano assolutamente tenuti a comprovare la propria identità se non in base alla parola. Sono ciò che sono perché dico di esserlo.
Poi è l’avvento della fotografia.
A una dogana, ai giorni nostri, mostriamo un documento: l’individualità viene prodotta attraverso una riproduzione limitata. Una persona è uguale al documento più un documento  ufficiale interno sul documento rilasciato, dunque una copia di cancelleria o una registrazione. Tali sono le condizioni dell’autenticità. Il funzionario in aeroporto o alla dogana, ne esamina la congruenza. Non controlla noi ma i segni riprodotti sul documento, i segni dell’autorità, i timbri, la speciale carta filigranata, i contrassegni di sicurezza che luccicano se esposti agli ultravioletti. Sono queste le condizioni di autenticità. E’ questo che prova che noi siamo effettivamente noi
Dimostrare la propria identità significa esibire.
Come ben è accaduto nel 1998, quando un distinto signore ha richiesto visti turistici di tre mesi per Svizzera, Austria, Germania. La foto sul passaporto è quella di un uomo serio, distinto, e lo stesso dicasi del passaporto: reca il numero di registrazione, la firma del funzionario statale autenticata da un timbro, l’intero documento è costellato da segni di sicurezza visibili ai raggi ultravioletti in forme di piccole chiavi, scritte rassicuranti, timbri, ogni specifico segno che con grande eloquenza attesta l’autenticità sia del documento che dell’identità stessa del possessore, ogni oltre ragionevole dubbio.
Il possessore ha chiaramente ottenuto i visti turistici per i paesi che intendeva visitare. E’ solo al momento del rientro in patria, al termine del viaggio, che all’aeroporto di Zurigo un funzionario della dogana nota che lo Stato che aveva rilasciato il passaporto (British Honduras) non esiste !!
Groebner prosegue poi con l’analisi delle procedure di controllo identitarie nella contemporaneità, “ai giorni nostri”: i documenti odierni altro non sono che un riassunto del passato, sono frammenti di storia; sia storie di individui di cui provano ed assieme trasformano l’identità, che frammenti ove a tutt’oggi troviamo problematiche, siano essi passaporti biometrici, carte di credito o codici genetici.
Ma possiamo davvero essere certi di avere un’identità? E saremo creduti dicendo di essere chi siamo?

Fabiano Alborghetti