Vanni Bianconi, ORA PRIMA – SEI POESIE LUNGHE

Vanni Bianconi esordisce nel 2004 con Faura dei morti nell’Ottavo quaderno di poesia, Marcos y Marcos (il termine faura, attestato anticamente sull’arco alpino – spiega Fabio Pusterla nella limpida introduzione,– significa “bosco sacro”, protezione vegetale dai pericoli della montagna). E’ ancora Pusterla che tratteggia i caratteri principale della poesia del Bianconi: «Poesia esistenziale, dunque, o frammento di “Bildungsroman” contemporaneo, in cui le vicende individuali non sono esibite, e neppure alluse: di tali vicende, inghiottite dal vortice, sopravvive appena un riflesso linguistico, un’esitazione sintattica, un precipitato lessicale».
Bianconi conferma il proprio esordio con l’uscita nel 2008 di Ora prima. Sei poesie lunghe (Bellinzona, Casagrande Editore). Il titolo –va detto subito- è ingannevole: non si tratta di sole sei poesie lunghe bensì di un’agile silloge divisa in sei capitoli, ognuno con più testi (tolto l’ultimo, Spalancato e scuro dove effettivamente si conta un solo testo). Sono sei percorsi coesi e –azzardiamo- tematici ma forse è per questo che l’autore condensa percorso e dettato in una sorta di “riassunto”: una semplificazione apparente che non va certamente confusa con una semplicità di contenuto o d’uso della lingua che è invece un denso tessuto espressivo con soluzioni formali che porgono anche il riuso della terzina (come ad esempio nel componimento Locarno) o dell’endecasillabo.
Le poesie del Bianconi appoggiano la propria energia sulla potenza di un verso, molto spesso quello iniziale che da solo regge o tratteggia l’azione a venire. Altra nota, è la capacità di sollevare dalla tragedia per mezzo di immagini solo apparente lievi: egli riduce drasticamente la complessità creando una sorta di formula, dove l’accaduto, l’accadere, hanno una valenza simbolica da un lato, ed una potenza visionaria riprendibile da Dylan Thomas (poeta caro all’autore) dall’altra.
Bianconi –annota Antonella Anedda nella densa nota a postafazione del libro- «scava nelle assenze, fiutando l’abbandono dei corpi, disseminando lo spazio di visi e nomi» E luoghi. E’ anche un percorso geografico che viene riportato, schegge, come è ancora la Anedda ad indicare. E’ come se Bianconi coabitasse al centro ed al contempo alla periferia dei luoghi, come se si avvalesse di una rinnovata dignità della materia contrapposta all’esiguità volatile del tempo, come se la sensorialità fosse in lotta tra realtà oggettiva e l’immagine che invece si accetta, si sollecita o che invece si subisce.
Il luogo ha voce (che poi scompare, in un continuo altalenio) mentre profila la minaccia di un anonimato dal corpo o –peggio- una esistenzialità inautentica: anossia del corpo reale, del corpo vissuto, il cui immaginario è minacciato, inficiato persino. Il valore assunto da questo corpo assente diviene, di conseguenza, un valore estrinseco al corpo, inteso come un corpo dal valore fattuale e contingente, come un “corpo-mezzo” (qui con la doppia accezione: mezzo corpo, quindi incompleto, a metà; e corpo-oggetto, corpo attrezzo).
Per mezzo di un “transfer”, il corpo è il luogo e viceversa. L’uno porta la memoria dell’altro. Se però il corpo del luogo sostiene la memoria (e la muta per mezzo del ricordo, la gestisce per mezzo di immagini o condivisioni con altri), il luogo non conserva il corpo: si fa transitare ma non conserva le presenze. Si nutre di pluralità ma non conserva singolarità. Diviene quindi una memoria monca ed è per questo che Bianconi insegue la stesura di un Liber Chronicarium .
Memoria e inventariazione. I materiali della memoria si presentano cosi sotto due forme principali: i luoghi, le persone, gli accadimenti che sono eredità del passato e i documenti, scelti dello “storico” Bianconi che per mezzo di un paradigma indiziario crea un documento (il testo) che intrattiene -a sua volta- rapporti con la memoria secondo due modalità o ulteriori sottolivelli: mentre in un caso si tratta della testimonianza diretta di ciò che è passato, l'altro modo presuppone una scelta, una selezione (a volte anche inconsapevole). E’ un doppio legame, una situazione in cui una persona è posta di fronte a messaggi contraddittori, la cui natura non è immediatamente evidente perché celata o negata, o perché i messaggi sono di livelli diversi e in cui (da cui) non si può neppure scappare, né osservare o commentare efficacemente le contraddizioni.
Queste ultime vengono avvertite marcatamente nell’ambiguità del tempo che prende respiro nei testi e che già crea un paradosso temporale sin dal titolo, Ora prima, avvertibile -come ben annota Yari Bernasconi in una nota di lettura esaustiva su Culturactif.ch- sia come definizione terrena esatta (la prima ora) che come ambiguità e paradosso (Ora inteso come adesso; prima che sottende un tempo antecedente). Tutto è in posizione subordinata rispetto al tempo: io lirico, cose, fatti, nomi e tutto svolge con grande compostezza, con rigore, per mezzo di testi dall’andamento medio-lungo.
Tutto ha un ordine o almeno Bianconi ne cerca i capi: non certo una cronaca della disfatta (esemplare il desiderio di rivincita e di una vita degna in Sono sposato) , né un bollettino di guerra (in La città senza assedio, sezione scritta come una sorta di riflessione epistolare). Non è neanche il percorso chiaro e schietto del pensatore polacco Zbigniew (in Quando stanno morendo) che parrebbe quasi rancoroso nel rintracciare memorie; e nemmeno è l’apparentemente nichilismo –suggerito dal titolo della sezione ultima, Spalancato e scuro - che leggendo si scoprirà invece essere quasi un canto d’amore.
Bianconi trova una lingua matura che viene mantenuta senza cadute di tono per tutto il libro. Notevoli e solo apparentemente difficili, i testi richiedo comunque un’introspezione ed un ascolto speciale, non esauribile con una prima sommaria lettura, non con superficialità. Solo allora sarà svelato il presente anteriore, l’ora prima.
Fabiano Alborghetti


