Verso le caverne
La prima donna che ha incontrato era sua madre. Quindi avrebbe potuto ucciderla? Certo ha più responsabilità lei della donna filippina che si è trovata, per caso, sui passi di Oleg Fedchenko, un venticinquenne pugile ucraino che, lasciato dalla fidanzata, è uscito di casa con una lucida follia in testa. Ha detto alla madre: “Esco e uccido la prima donna che incontro”. E l'ha fatto.
A passi nervosi, su un marciapiedi di viale Abruzzi a Milano, lo stupido Oleg ha incrociato Emilou. Forte della sua possenza muscolare ha cominciato a menarla in viso e poi in testa. Emilou si è accasciata, allora Oleg si è sentito ancora più forte. E giù botte in testa. Pugni ben calibrati. Dritti e ganci di un pezzo d'uomo massiccio contro una giovane donna, collaboratrice domestica che non aveva nessuna colpa, se non quella di passare di lì.
Qui siamo oltre l'insopportabile stalking. Siamo ben al di là dell'atroce delitto di gelosia. Oleg Fedchenko è un esecutore. Un assassino primordiale che motiva il suo ruolo sociale nella pura bestialità. Non c'è causa/effetto nella sua azione riprovevole. Non ci sono appigli alla debolezza maschile che usa la forza per coercizzare o eliminare la propria donna. Il pugile ucraino è un terminator sociale. Ma siamo sicuri che queste parole “Esco e uccido la prima donna che incontro”, nella loro insopportabile consistenza siano soltanto il gesto di un pazzo scriteriato? O non piuttosto una azione possibile in un corpo sociale disgregato? Un fatto abnorme di una civiltà che nella sua incapacità di formazione civica al rispetto dell'altro, torna a passi nervosi verso le caverne?
[9 agosto 2010]


