Viola Amarelli, NOTIZIE DALLA PIZIA

LietoColle, Faloppio (2009), Euro 13,00
poesia
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Scrittrice attiva e attenta, Viola Amarelli giunge con questo libro alla seconda raccolta in poesia a due anni di distanza da “Fuorigioco” (Joker, 2007), e conferma come la sua penna abbia raggiunto a tutti gli effetti una maturità che meriterebbe di vedersi riconosciuta su vasta scala. Lo spunto della raccolta, la figura della Pizia, si riferisce alla sacerdotessa che nel santuario di Delfi pronunciava gli oracoli nel nome di Apollo, ruolo riservato a donne prescelte che compivano tali vaticini in una sorta di vera o presunta trance mistica.
 

Da questo filo conduttore iniziale l’autrice intraprende un percorso che assomiglia a una sorta di poemetto, nel senso che ad ognuna delle sacerdotesse dedica una composizione, di ciascuna di esse delinea la figura ed esplicita il pensiero. La veggente, La pragmatica, La dionisiaca, La biochimica… davanti ai nostri occhi scorrono, una dopo l’altra, le storie di queste donne, andando a comporre un affresco che ricorda da vicino negli intenti una Spoon River antica e moderna al tempo stesso: antica perché antico è il tempo, il contesto storico intriso di mitologia e sacralità, moderna perché il percorso della Amarelli scavalca i limiti cronologici e attraverso le voci delle sacerdotesse parla di tutte le donne e di una realtà che si inoltra fino ai giorni nostri in un flusso ininterrotto.
L’aspetto che prima di tutti gli altri stupisce della scrittura è la piena padronanza del linguaggio nelle sue molteplici sfumature: l’espressione si piega in sfumature ironiche, combina vocaboli classici a molti altri (joint venture, telenovela) che derivano invece dall’economia, dagli ascolti televisivi, dal lessico scientifico, dando prova di una poliedricità formale che l’autrice si dimostra in grado di gestire con cura e senso della misura. Ognuna delle sacerdotesse parla dunque con la propria voce, ma soprattutto – ed in questo consiste lo spessore intrinseco del lavoro – con il proprio carattere, e tutte assieme concorrono a delineare un quadro che, se vive di un’atmosfera profetica, ha ben poco di salvifico: “So, che sapere non serve / so l’infelice.”
Si tratta di un libro che partendo dal passato si cala nel contemporaneo in una sorta di doppia prospettiva dove la ricerca di risposte allora, come di sicurezze oggi, viene affidata a voci esterne, a valori spesso superficiali: “Pre/diciamo, le dita incrociate / il già detto / superbi talmente da crederci i veri potenti, / ignavi servendo i padroni più accorti. / …… / tremila di anni e ancora funziona, / ancora lo chiamano il test di Delfi.” Oppure, più semplicemente, oggi come allora le possibili risposte sono legate alla fallibilità ed ai limiti dell’uomo, a cui spesso l’uomo stesso coltiva la speranza di sottrarsi seguendo illusioni che altro non sono se non “messinscene ben pagate”.
Autrice ironica, acuta e concreta al tempo stesso, Viola Amarelli sa però anche esprimere una profonda umiltà di fronte a ciò che è e deve restare mistero non colmabile da falsi valori, con un linguaggio che si fa spoglio come ciò che rappresenta e proprio in queste pagine (“Finale di partita”) nella propria nudità trova una forte intensità lirica, quando “ci dicono i ricordi che nulla è perso / come mai nulla si perde , solo il potere / è trasmutato altrove dove ugualmente / nasce e, nel vivere, muore.” Se c’è una salvezza a cui affidarsi è quella una umanità che accetta di essere parte del proprio destino e dell’incertezza che ne costituisce lo scheletro, ma all’interno di esso trova il conforto di uno scarto dello spirito che lo possa riempire di consapevolezza, perché “l’aria è una grazia, la terra un sasso / sempre in agguato costante il male” ma in questo “come una gioia fusa energia / [sono] quello che vivi, le verità.”

Francesco Tomada