Vivetta Valacca, IL MARE DAI MILLE OCCHI, LO SPECCHIO DEL MONDO, LA DANZA DELLE ONDE

Vivetta Valacca, IL MARE DAI MILLE OCCHI
Campanotto, Udine 2006
Vivetta Valacca, LO SPECCHIO DEL MONDO
Campanotto, Udine 2006
Vivetta Valacca, LA DANZA DELLE ONDE
Campanotto, Udine 2007
Per Vivetta Valacca il mito è il modo più efficace per parlare in termini esistenziali, è forma mentis per leggere il presente e esprimere le emozioni: così la vita si fa opera d’arte, e l’orrore può diventare bellezza.
È una forma di mitoesistenzialismo, il suo, ben radicato nella tradizione greca, da Omero ai lirici, fino ai neogreci, in particolare Kavafis: la somiglianza con il Ritsos dei poemetti di rilettura dei personaggi femminili tragici è solo superficiale e formale, perché Vivetta Valacca non modernizza i personaggi e le ambientazioni, ma riesce prodigiosamente a rendere contemporaneo quel mondo lasciandolo così com’è, in virtù di una naturale e aurorale capacità mitopoietica, in cui è fondamentale la musica, che è alle radici dell’épos, e il ritmo, che è legato alla bellezza ed è il modo di essere costitutivo del pensare-sentire poetico.
Nasce così una trilogia di tema omerico, che si articola in tre poemetti pubblicati da Campanotto editore, in tre eleganti volumi, dedicati rispettivamente a Odisseo, Achille, Elena.
Nel primo poema, Il mare dai mille occhi, il mare che reitera la sua presenza come vero e proprio ipnotico e psicagogico leit motiv e refrain dell’opera – è bellezza e libertà, ed è memoria-coscienza del mondo, perché vede tutto, con i suoi ”mille occhi”.
L’Odisssea è vista da Itaca, il nóstos è alle spalle, ed è Penelope a raccontare la storia all’aedo cieco, quasi cieco. Come si inverte la prospettiva del nóstos, rivissuto, nella memoria di Penelope, lungo una traiettoria che dal presente converge in direzione del passato (invece che dal presente del tragitto al futuro della meta) così si inverte la rotta del canto: Penelope racconta, detta a Omero, e l’aedo ascolta. Su tutto, la Voce delle Voci, quella del mare, di cui ogni altra è eco ipnotica, rotolata dalle onde. Il mare sa ogni cosa, e danza la danza quieta dell’essere, nella bellezza mutante che a ogni cosa dà senso: perché anche il mare, uguale-ineguale, muta (color del vino- occhi d’argento-dai mille occhi) e muta la sua azione (danzava calmo unisce-e-divide- danza festoso -ammiccava calmo).
Il cantore decide di tramandare nel canto la voce di Penelope, che dice di Ulisse come “esemplarmente uomo”, compiuta realizzazione dell’esistenza: “Ulisse” disse ancora Penelope nel lento scendere della/ sera che allungava le ombre e portava dolcezza al mare/ “è, semplicemente ed esemplarmente, uomo. Lo era prima/ di partire e ancor più dopo il nóstos. Per questo voglio che/ racconti con verità le sue imprese, perché Atena occhi-/ azzurri, dea dell'intelligenza, si è compiaciuta in lui, lui che / ha onorato fino in fondo il senso dell'esistenza.”
Il cantore cieco, quasi cieco, chiede a Penelope quale sia il senso dell’esistenza, e ne riceve risposta: “Amare e lottare... lasciare e tornare” rispose serena/ Penelope “vivere fino in fondo sublimando nel pensiero le/ azioni: questo è il senso della vita”.
Nulla, oltre questo, è lecito sapere: “Non è stato rivelato altro a chi conobbe gli dei e ascoltò / le sirene? chiese Omero./ ”Altro non è lecito agli uomini sapere” disse Penelope/ “e se Ulisse ascoltò altro, tuttavia non poté ricordarlo”. Solo dopo la morte c’è conoscenza, ed è questa la lezione delle Sirene: “Questa fu la lezione, grande, delle sirene./ Ciò che sanno gli dei, solo dopo la morte è dato all'uomo di/ sapere./ Per questo le navi si infrangono sugli scogli./ Per questo le sirene cantano dolci e attirano verso le rocce/ crudeli./ La rivelazione suprema dischiude agli uomini le porte della/ morte”.
È questo il dono delle Sirene: la fiducia in un mistero divino che si rivela nella morte, e consente di vivere la vita nella bellezza offerta dagli dei: “Così anche dalle sirene ebbe un dono – dono grande e / prezioso./ “Vivi intensa la vita, godi del bello che ti danno gli dei e/ quando la fine verrà saprai ogni cosa e ti sarà dolce/ sapere”.
Poi si destano, l’eroe e il cantore, Ulisse prende per mano Penelope, e contemplano il mare al tramonto: ha occhi di zaffiro, sorride calmo, sapiente, vivo.
Il secondo poema della trilogia, Lo specchio del mondo, si concentra sulle figure-voci di Priamo e di Achille: l’ incontro notturno è alle spalle di entrambi, e nella loro voce-pensiero trova intensità e forma l'amore-amicizia, in luogo dell'amore-eros del primo volume.
Il mare che nel primo libro - dell’eros, della memoria - danzava, ammiccava, sorrideva, respirava, qui si fa ora lontano (a mormorare il suo canto, voce dell’Essere, che dichiara inessenziale la pena degli individua), ora vicino, a mormorare il suo pianto, per questo stesso dolore che strazia i singoli, ma invece che rinchiuderli in se stessi, li unisce nell’amore-solidarietà-compassione, come accade a Priamo e Ecuba: “il dolore e l’amore era lo stesso negli occhi di entrambi/ lo stesso era il peso della vita sulle spalle/ il destino era uno solo fra Priamo e la donna”.
In questo amore viene incluso anche Achille, l’assassino del figlio, che è assassino soltanto perché il Fato di Troia lo ha spinto, come anche Ettore, alla guerra, alla crudeltà. Se non li avesse costretti la morsa del Fato, sarebbero stati amici, i due guerrieri, perché solo gli eroi capiscono gli eroi: “Senza il fato di Troia sarebbero stati amici lui ed Ettore luminoso. / Avrebbero parlato di cavalli veloci, di armi, del peso del regno,/ dei vecchi genitori./ Un amico così Ettore non l’aveva trovato fra i suoi./ Né fratelli, né amici, né pari in età erano come lui./ L’amico giusto, l’amico mai trovato, il destino l’ha nascosto tra i nemici: / il suo assassino, colui che doveva dargli la morte.>/ La madre comprese le parole alate, /solo gli eroi capiscono gli eroi”. Due eroi, due uomini affini, accomunati da uno stesso destino, che coinvolge tutti gli umani, perché anche Achille è destinato a morire: “E’ già morto./ Come Ettore./ Il suo fato si compie./ Il fato di Troia li ha presi entrambi”.
L’Iliade, nella poesia di Vivetta Valacca, si trasfigura, diventa poema della compassione, dell’amicizia tra affini, perché ognuno ha tragiche motivazioni per uccidere (“Ettore gli aveva ucciso l’amico, / il compagno più caro. La sua famiglia era Patroclo./ Come potevo odiarlo?”); e la compassione muove, come l’odio, suo antagonista, in moto circolare, da Achille a Priamo attraverso Peleo, il padre dell’uccisore di Ettore, anch’egli padre di dolore: “E sulla spiaggia, accanto al mare infinito/ - la casa della madre - / nella tenda, solo/ anche Achille si teneva il capo tra le mani/ pensoso./ Il vecchio, quel vecchio/ l’aveva turbato./ Un padre, suo padre / anche lui nel dolore./ Peleo era così, / curvo ormai,/ bisognoso di un figli / che non avrebbe mai visto regnare./ E sfinito dal lutto ora stava meglio Achille:/ aiutare il vecchio, aiutare un padre/ era mettere a posto qualcosa in un mondo sconvolto”. La pietà aggiusta il mondo, ristabilisce l’armonia infranta dalla guerra.
Achille si rivela anche eroe di tenerezza, unito con Priamo nel dolore: “Ha rispetto per i vecchi Achille divino,/ lui che vecchio non diventerà mai, / mi rialzò subito / non soffrì di vedermi ai suoi piedi./ Mi prese la mano e con gesto sapiente/ mi scostò piano,/ con forza e dolcezza, / la fermezza di un re./ Insieme ci saziammo di pianto/ e anche se io piangevo il figlio luminoso/ e lui Patroclo,/ lui piangeva il padre e col padre anche me, / il suo nemico”.
L’abbraccio tra il padre e l’uccisore del figlio diventa emblema di un dolore universale che può, leopardianamente, farsi occasione di universale solidarietà: “Ed io piangevo Ettore/ e con Ettore Patroclo ed ogni figlio/ che non torna alla madre/ e con il figlio piangevo anche lui,/ il mio nemico./ Un solo dolore era fra noi, donna,/ il dolore della vita, / della guerra funesta/ e della morte che inghiotte / quanti vengono alla luce”.
Il vero nemico è il destino, non l’uomo: “Il vero nemico, / il destino, / era smascherato”.
Intorno a questo nucleo poetico, elegantemente, intensamente enunciato in incipit, snoda le sue ampie volute di parole commosse, ipnotiche, il poema della pietà e della bellezza, che diventa ipso facto condanna della guerra, di ogni guerra: Lo stesso avrebbe fatto Ettore con Peleo,/ ne sono certo./ Amici sarebbero stati quei due senza guerra di mezzo”. Lo conferma il rammarico di Achille per avere iniziato Patroclo all’arte militare: “Quante cose aveva insegnato a Patroclo,/ a Patroclo che in lui si specchiava./ Meglio non gli avesse mostrato la gloria in battaglia./ Meglio non gli avesse mostrato che la morte può essere bella/ nella danza funesta di Ares, / la danza della guerra”. Esiste un eroismo di chi non combatte: “Eroico era stato Priamo valoroso,/ eroico nell’andare alla tenda a incontrare quell’uomo / Eroico era stato a riconoscere un figlio / nell’altro, / a capirne grandezza e dolore./ Non solo quelli che combattono sono eroi”. La guerra è follia: “Ma il vecchio quella notte gli aveva restituito / il rispetto di sé e Achille comprese / che di un solo grande dolore è fatta la guerra/ e che essa non è arte, ma solo follia”. Esiste un eroismo della sensibilità, oltre a quello dell’areté in guerra: “Un solo grande dolore era fra lui e Priamo:/ non solo quelli che combattono sono eroi”.
Sigilla il poema dell’amicizia, della pietà, del dolore, la morte pacificatrice, che unisce in un solo destino Ettore e Achille destinato-a-morire: “La luce del giorno già si levava con / candide braccia sulla piana di Troia/ e sulla spiaggia e nella rocca/ si tornava a parlare.// Un lamento funebre si levò dalla città:/ il compianto di Ettore morto,/ il compianto di Achille destinato-a-morire.”
Nel terzo poema, La danza delle onde, Elena è bellezza divina che si dona all’ammirazione dei mortali, e rimorso per il dolore che tanta bellezza ha provocato, suscitando la guerra di Troia, fonte di incommensurabile strazio. E’ sofferenza per essere stata sempre estranea a ogni luogo e contesto (odiata a Sparta perché ha tradito il re, a Troia perché ha scatenato la guerra), e per avere causato dolore. È emblema dell’essere umano travolto dall’amore e dal destino.
Così, sulla nave, di fronte al mare, la donna-dea, rinchiusa nella “cella della mente”, vede scorrere tutta la sua vita: “Ed Elena,/ muta, a prora/ guardava il mare/ e davanti al mare guardava/ la sua vita che scorreva”.
Soltanto il mare, con il suo respiro, può alleggerire la pena che serra la donna-dea nella cella dei pensieri: “In una cella era Elena,/ la cella della mente,/ destinata a lei sola tra tutti i mortali./ Soffocava Elena./ Le mura assillanti di rimorso e dolore/ erano affollate dai volti dei vivi e dei morti./ Ma in quella cella il mare l’andava a trovare:/ il respiro del mare era regolare…”
E di fronte al mare, affiorano i volti che hanno costellato il tragitto della sua vita: Priamo, così indulgente rispetto al destino che essa segnava per Troia (“Sapeva il re che la donna/ avrebbe portato la guerra alle porte di Troia/ e morte e rovina,/ ma non c’è colpa nell’amare, né merito alcuno./ Nessuno aveva scelto,/ nessuno se non forse gli dei”); Menelao, lo sposo non amato ma benvoluto dalla donna dea (“il marito,/ la casa, la sua sicurezza”); Paride Alessandro, l’amore- passione, la cui presenza “le dava una fitta, ogni volta”.
E tutti i morti della guerra, di cui era stata pretesto, affollano la mente, inchiodano alla solitudine: “infine lei, Elena/ responsabile dei morti,/ lei estranea,/ straniera,/ odiata,/ lei la rovina”; “quei morti,/ mura alla sua cella”.
Soltanto il mare può addolcire lo strazio, perché esso è la danza del mondo che si rinnova sempre: “Lo sapeva il mare e/ davanti al mare guardava/ la sua vita che scorreva./ Ricordava Elena/ e davanti al mare che danzava/ la danza del mondo immutabile/ sempre nuova ed eterna/ non aveva più paura/ di guardare al passato”.
Elena, braccata dai ricordi e dai rimorsi, si odia.
Se non fosse per il mare, che dispiega la sua danza, e la invita a danzare, come la morgana nei pomeriggi assolati effonde il suo miraggio sul suolo ardente.
Se non fosse per Menelao, lo sposo non amato ma sempre benvoluto, che non aveva mai saputo odiarla, anche se lei amava il giovane di Troia. Menelao che versa la coppa di vino, fratello sanguigno dell’acqua salsa, e nel sole alto del mezzogiorno le offre il simbolo dell’amore agapico, che va oltre ogni peripezia passionale, e del ritorno agli affetti, alla patria: “<<Bevi, ora, fa caldo sul mare>>/ le disse e la voce era ferma,/ ma tradiva emozione/ >>è vino greco,/ serbato per il tuo ritorno>>.
La pena si scioglie nel pianto, come è giusto, sempre, che ogni dolore si stemperi in una superiore armonia.
Ne è simbolo vivente, ancora, il mare: “E il mare lucente,/ mai fermo, tornava a danzare/ e con giochi d’acqua festosi/ sorrideva,/ sorrideva gioioso alla donna/ dal volto di dea”.
Angelo Tonelli

